Fringe benefit, incentivi fiscali anche per il 2021

Nel decreto sostegni, appena approvato dal governo, confermato il raddoppio della soglia di detassazione per i fringe benefit a 516 euro

Nuovo intervento, da parte del Governo, a favore del welfare aziendale. Nei giorni scorsi, infatti, con il via libera definito al Decreto Sostegni, è stata raddoppiata anche per il 2021, da 258,23 a 516,46 euro, la soglia di detassazione di beni e servizi riconosciuti ai lavoratori dalle imprese, i cosiddetti fringe benefit.

Di che cosa stiamo parlando e perché si tratta di un provvedimento rilevante? I fringe benefit rappresentano una voce addizionale alla retribuzione corrisposta da un’impresa ai propri dipendenti: un compenso “in natura”, che figura comunque in busta paga, come l’auto aziendale, i buoni pasto, lo smartphone e il pc portatile. Fino allo scorso anno, per tutto ciò era prevista una soglia di esenzione fiscale (il valore di beni e servizi che non concorre al reddito imponibile né ai contributi) di 258,23 euro, mentre con il Decreto Agosto della scorsa estate il limite è stato portato a 516,46 euro.

Una decisione che poteva valere soltanto per il 2020 e che invece il Governo ha confermato anche per il 2021. Si tratta indubbiamente di un ulteriore passo in avanti nell’espansione di un settore, quello del welfare aziendale, che negli ultimi anni ha più volte dimostrato le proprie potenzialità, in termini di soddisfazione del dipendente e di produttività dello stesso, a tutto vantaggio anche dell’impresa. Del resto, dal 2016, l’esecutivo ha progressivamente messo in campo una serie di incentivi, soprattutto di carattere fiscale, per favorire la diffusione del welfare aziendale e, numeri alla mano, si può dire che i primi risultati siano ormai tangibili se si pensa che, di recente, la porzione di imprese attive su questo fronte si è consolidata sopra la fatidica soglia del 50 per cento.

Fuori dal provvedimento sui fringe benefit – va ricordato – sono rimasti invece i buoni pasto, che hanno una specifica disciplina di esenzione. A tale proposito, sempre in tema di fringe benefit, la Legge di Bilancio 2020 aveva introdotto alcune piccole revisioni, agendo in particolare sulle auto a uso promiscuo (cioè i veicoli aziendali) e sui buoni pasto. Per quest’ultimi era stato deciso, infatti, un aumento del limite di esenzione fiscale del ticket elettronico da 7 a 8 euro e una contestuale riduzione della deducibilità del cartaceo (da 5,29 a 4 euro).

Per quanto riguarda invece le auto aziendali era stata introdotta una tassazione correlata e proporzionale ai valori di emissione di anidride carbonica. Le nuove regole, entrate in vigore dal primo luglio 2020 e applicabili solo ai veicoli di nuova immatricolazione, hanno poi subìto alcune ulteriori modifiche lo scorso gennaio.

“È l’occasione per creare una sanità sostenibile”

Intervista all’ex Ministra della salute Lorenzin: “Il PNRR va nella giusta direzione, ma andrà accompagnato da riforme importanti”

In ambito sanitario il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza “sta andando sicuramente nella direzione giusta, ma avrà bisogno di un timing molto stretto nelle riforme di accompagnamento, strutturale e di adattamento post Covid”. Secondo Beatrice Lorenzin, ex Ministra della Salute nei Governi Letta, Renzi e Gentiloni, oggi deputata Pd, siamo di fronte a un’occasione storica. Da sfruttare, però, senza commettere l’errore di “considerare il Pnrr come sostitutivo del Fondo sanitario nazionale” ma piuttosto come l’impulso “per strutturare la sanità pubblica su un modello sostenibile”, alla luce delle grandi sfide del futuro, in primis l’invecchiamento della popolazione. In quest’ambito potrebbe essere utile, secondo Lorenzin, definire con precisione il ruolo dei fondi sanitari integrativi come supporto alla sanità pubblica, ferme restando “essenzialità e universalità” di quest’ultima.

Onorevole Lorenzin, come giudica le azioni previste dal Pnrr sulla sanità pubblica?

Positivamente. Si affrontano due grandi macro-temi: da una parte le socio assistenze e la gestione delle cronicità e dall’altra le scienze della vita e l’industria della conoscenza ad essa collegata. Vedo diversi interventi necessari e giusti. Per esempio, sulla prevenzione, indispensabile innanzitutto per affrontare quello che resta del Covid: servirà un potenziamento delle strutture di igiene. Poi c’è il tema delle riforme per affrontare le cronicità, in cui bisogna lavorare sulla medicina di territorio, sulle cosiddette “Case della Salute” e sul welfare di comunità: in pratica con una gestione domiciliare delle cure che non isoli il malato o l’anziano. Senza dimenticare, ovviamente, il tema della Long Term Care. Infine, il Pnrr si occupa del tema della ricerca, con le Ircss finalmente volano della ricerca traslazionale (ndr finalizzata a trasformare i risultati ottenuti dalla ricerca di base in applicazioni cliniche), ma perché ciò avvenga bisognerà licenziare entro dicembre i decreti attuativi della norma che ho presentato sulla sperimentazione clinica.

Grazie al PNRR la sanità pubblica riuscirà ad affrontare le grandi sfide dei prossimi anni?

Ci servirà proprio a questo. Dovrà essere sia una scossa immediata al sistema, sia l’occasione per effettuare grandi investimenti di ristrutturazione del SSN per arrivare a un livello di spesa compatibile e per renderlo resiliente contro altri attacchi, perché un domani dopo il Covid potrebbero arriva- re altre insidie. Insomma, dobbiamo investire per essere competitivi a livello europeo e globale, puntando molto anche sul digitale, sulla capacità di lettura dei big data e sulla diffusione del 5G anche nelle aree rurali, cosa che aprirebbe enormi opportunità sul fronte della telemedicina. Poi, non ultimo, c’è il tema degli investimenti in formazione: sgravare il Fondo sanitario nazionale significa liberare risorse per remunerare nel modo giusto i nostri cervelli, che altrimenti rischiano di andare altrove.

Che ruolo dovranno avere i fondi sanitari integrativi nel panorama della sanità italiana?

Sono un pezzo del sistema. Abbiamo visto il ruolo svolto dal welfare aziendale in questi anni, anche se c’è stata qualche distorsione. Bisognerebbe portare avanti la loro riforma, anche per capire bene chi fa che cosa e che cosa è utile. Lo Stato deve dire cosa gli serve e cosa si aspetta dai fondi integrativi, in modo che si possano coprire gli ambiti in cui è più in difficoltà, facendo risparmiare tutti e mantenendo sempre e comunque i principi di universalità ed essenzialità del Servizio Sanitario Nazionale.

Piano Nazionale Ripresa e Resilienza: in arrivo 20 miliardi per la sanità

Il Recovery Fund dedica una importante dote di finanziamenti per rilanciare il Servizio Sanitario Nazionale, messo a dura prova dalla pandemia di Covid-19

Potenziare la rete territoriale e spingere su innovazione, ricerca e digitalizzazione del Servizio Sanitario Nazionale. Sono questi i principali obiettivi per la sanità pubblica fissati dal Recovery Plan, implementato in Italia attraverso il famoso PNRR (acronimo di Piano nazionale di ripresa e resilienza), per un budget complessivo di 20 miliardi euro. L’idea, in altre parole, è quella di migliorare le capacità di risposta del SSN ai bisogni di cura dei cittadini, anche alla luce delle criticità che la pandemia ha messo in evidenza negli ultimi mesi.

In tutto, va ricordato, le risorse destinate dal Recovery Fund all’Italia ammontano a 235,6 miliardi, di cui 191,5 miliardi della Recovery and Resilience Facility, 31 dal Fondo complementare e 13,5 del programma React-Eu. Oltre che sulla sanità, il PNRR messo a punto dal Governo guidato da Mario Draghi è fortemente focalizzato sulla digitalizzazione, sulla transizione ecologica, sulle infrastrutture per una mobilità sostenibile, sull’istruzione e ricerca e sull’inclusione sociale. Insomma, un’occasione unica per rilanciare il Paese dopo la profonda crisi economia e sociale legata al Covid: un treno che, secondo gli esperti, l’Italia non può lasciarsi sfuggire.

Un ragionamento che vale, ovviamente, anche per il Servizio Sanitario Nazionale, che nei prossimi anni dovrà fare i conti con due grandi criticità: il progressivo invecchiamento della popolazione (con l’inevitabile aumento delle cronicità) e le ristrettezze di fondi a livello di Governo centrale.

Ecco perché con il PNRR si agirà principalmente in due direzioni. Da una parte si lavorerà sulle Reti di prossimità, strutture intermedie e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale, alle quali sarà dedicata una dotazione complessiva di circa 9 miliardi.

Piano Nazionale Ripresa e Resilienza

Si punta su domiciliare, degenze brevi e telemedicina

Gli interventi avverranno principalmente su tre aree. Innanzitutto, si punterà sulle “Case di Comunità”, presidi socio-sanitari destinati a diventare il punto di riferimento, accoglienza e orientamento ai servizi di assistenza primaria di natura sanitaria. In secondo luogo, sull’assistenza domiciliare, che vedrà un significativo incremento degli investimenti, anche con progetti di telemedicina proposti dalle Regioni. Infine, è in agenda la realizzazione di 381 presidi sanitari a degenza breve, gli “Ospedali di comunità”, destinati a svolgere una funzione “intermedia” tra il domicilio e il ricovero ospedaliero, per sgravare l’ospedale da prestazioni di bassa complessità.

L’altra grande direzione in cui lavorerà il PNRR è quella legata a innovazione, ricerca e digitalizzazione, che avrà un budget vicino agli 11 miliardi. Una buona fetta (4 miliardi) sarà destinata all’ammodernamento del parco tecnologico e digitale ospedaliero, ad esempio con l’acquisto di strumentazioni e tecnologie all’avanguardia e con il rinnovamento della dotazione esistente di posti letto di terapia intensiva e semi-intensiva. Oltre 1,6 miliardi, di cui 1 miliardo relativo a progetti già in essere, saranno finalizzati all’adeguamento antisismico degli ospedali. È previsto, inoltre, il potenziamento dell’infrastruttura tecnologica e applicativa del Ministero della Salute, mentre 100 milioni saranno usati per programmi di ricerca sulle malattie rare e sui tumori rari. Infine, sono previsti due finanziamenti da 160 milioni ciascuno per la ricerca sulle patologie altamente invalidanti.

La parola al Presidente – maggio 2021

Il momento è cruciale. Per nostra fortuna la campagna vaccinale sta accelerando e seppur faticosamente, lasciandoci dietro una terribile scia di dolore, stiamo cercando di uscire dal tunnel del Covid. Al tempo stesso, sempre in questi giorni, il Governo ha presentato il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, declinazione italiana del Recovery Fund a livello europeo. Il nostro Paese avrà a disposizione oltre 235 miliardi per rilanciare le infrastrutture, la digitalizzazione, la transizione ecologica e la sanità, a cui sono dedicati 20 miliardi. L’obiettivo – come ci ricorda nel numero di maggio 2021 di Welfare 24 l’ex Ministra della Salute, Beatrice Lorenzin – è ristrutturare la sanità pubblica secondo un modello più sostenibile e al passo con i tempi. Fermo restando, come ci ricorda Stefano Cuzzilla, Presidente di Federmanager, che il Servizio Sanitario Nazionale è il nostro avamposto, ancorato a quel principio universalistico che ci ha difeso nel momento peggiore. Il privato deve supportare il sistema in modo complementare integrando le prestazioni, in una cornice in cui, tra Long Term Care e welfare aziendale, il quadro generale è in costante evoluzione. Infine, una menzione particolare alle iniziative di Vises a sostegno dei giovani. Anche noi possiamo fare la nostra parte devolvendo il 5×1000 nella dichiarazione dei redditi.

“Costruire una sanità più equa dopo il Covid”

È il messaggio lanciato dall’OMS nella Giornata mondiale della Salute, festeggiata in tutto il mondo

Investire sulla sanità di base, dare priorità alla salute e alla protezione sociale, garantire l’accesso equo ai vaccini anti Covid a livello nazionale e internazionale, agire sulle città migliorando i sistemi di trasporto e le strutture idriche e igieniche, agire in modo più incisivo sui dati, che devono essere tempestivi e di qualità per individuare e ridurre le disuguaglianze. Sono queste le cinque direttive chiave annunciate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in occasione della Giornata Mondiale della Salute che si è celebrata, come ogni anno, lo scorso 7 aprile. Dal 1950, infatti, il “World Health Day” si festeggia in questa data per ricordare la fondazione della stessa OMS, avvenuta appunto il 7 aprile 1948.

Il ragionamento dell’OMS è molto semplice. Il pianeta ha un’occasione unica: ricostruire dopo il Covid una sanità più equa che diminuisca, anziché aumentare, le diseguaglianze. Del resto, proprio quest’anno non si poteva non incentrare la ricorrenza del “World Health Day” sulle conseguenze della pandemia che sta colpendo il pianeta. A tale proposito, l’Agenzia delle Nazioni Unite specializzata per le questioni sanitarie ha infatti evidenziato come i contagi e i decessi per Covid sono stati più frequenti tra i gruppi caratterizzati da discriminazioni, esclusione sociale, povertà e condizioni di vita e di lavoro quotidiane avverse.

Non solo: secondo l’OMS l’anno scorso solo la pandemia ha portato in condizioni di povertà estrema tra i 119 e i 124 milioni di persone in più, ampliando ulteriormente il “gender gap” nell’occupazione, con un aumento delle donne senza lavoro. “La pandemia ha prosperato tra le disuguaglianze e le lacune dei sistemi sanitari, per questo è cruciale che tutti i governi puntino sul rafforzamento della sanità”, ha sottolineato il direttore generale dell’OMS, Tedros Ghebreyesus, evidenziando la necessità che i servizi sanitari stessi acquisiscano sempre più caratteristiche di equità e universalità.

Valori condivisi anche dall’Italia, la cui sanità pubblica è nota in tutto il mondo proprio per l’equità e l’universalità ma – al tempo stesso – nel futuro prossimo sarà chiamata ad affrontare sfide rilevanti come l’invecchiamento della popolazione e la dinamica di restrizione della spesa pubblica. “È fondamentale investire nel capitale umano costituito dalle giovani generazioni che, con il loro spirito innovativo e la loro apertura al confronto, rappresentano la nostra speranza nella lotta contro le più gravi patologie che affliggono il nostro tempo”, ha dichiarato a tale proposito il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

giornata mondiale salute 2021

“Un nuovo pilastro della lotta contro il cancro”

Il Professor Luigi Naldini: “le terapie geniche agiscono in modo radicale e risolutivo”

La terapia genica? “Rappresenta una svolta epocale per la medicina perché va alla radice genetica di alcune malattie rare e agisce in modo risolutivo”. In futuro potrebbe essere utilizzata con efficacia anche contro le cronicità, cancro in primis? “Riuscire ad allargare i bersagli di questa terapia nei prossimi cinque anni è una prospettiva realistica”. Il potenziale impatto sul Servizio Sanitario Nazionale? “Oggi parliamo di cure molto costose ma in futuro, una volta messe a punto cellule donatrici universali e realizzate economie di scala, si potrebbe consentire un risparmio dei costi legati al trattamento di patologie diffuse come i tumori”.

A parlare è il Professor Luigi Naldini, Direttore dell’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica e Professore all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Nel corso degli ultimi 25 anni Luigi Naldini è stato pioniere nello sviluppo e nell’applicazione di vettori lentivirali per terapia genica, che sono diventati uno degli strumenti più utilizzati nella ricerca biomedica e recentemente stanno offrendo una prospettiva di cura per diverse malattie genetiche e tumorali finora incurabili. Proprio per il suo straordinario lavoro in questo campo, nel 2019 si è aggiudicato il premio Louis-Jeantet, promosso dall’omonima Fondazione svizzera: un riconoscimento di altissimo livello e che rappresenta spesso l’anticamera del Nobel.

Professor Naldini, come agisce, in parole povere, la terapia genica e perché può rappresentare una rivoluzione per la medicina?

È un trattamento che va alla radice genetica della malattia in modo radicale e risolutivo, dove i farmaci sono geni e cellule. In sostanza si introducono nelle cellule di un organismo nuove informazioni genetiche che vanno a compensare un difetto genetico o a potenziare la risposta contro un tumore o un agente infettivo.

Quali sono i principali progressi svolti dalla terapia genica negli ultimi anni e quali potrebbero essere quelli del futuro prossimo?

La parte più importante dei progressi realizzati negli ultimi 10 anni è relativa alle applicazioni con virus modificati, che non sono capaci di replicarsi, ma conservano la capacità di entrare nelle cellule e fungere da vettori di geni terapeutici. Oggi abbiamo due principali tipi di vettori virali che permettono di ottenere questi risultati. I primi sono i vettori lentivirali (derivati dall’Hiv) che si inseriscono nel DNA della cellula così che le nuove informazioni genetiche diventino parte integrante del suo patrimonio genetico. In questo caso si lavora ex vivo con le cellule del paziente, che vengono prelevate e poi reinfuse una volta trattate. Questa terapia consente di curare, per esempio, alcune malattie rare del sangue come la talassemia o l’anemia falciforme. Già tre di queste terapie sono farmaci registrati sul mercato in Europa e sono disponibili ai pazienti; molte altre sono in corso di sperimentazione.

Qual è l’altro tipo di vettori virali utilizzati?

Sono gli adenoassociati, vettori che a differenza dei lentivirus non si integrano nel DNA ma rimangono nel nucleo delle cellule. Si possono usare sulle cellule che non replicano e grazie ad esse si possono trattare con successo malattie ereditarie della retina o l’emofilia di tipo B e recentemente di tipo A. Infine ci sono gli ultimi arrivati, i linfociti T con recettori antitumorali (CAR-T): sono vere e proprie cellule killer che vanno a trattare alcune neoplasie, al momento ancora poche come alcune leucemie e linfomi, e quando funzionano possono eliminare completamente il tumore.

Nei prossimi anni è plausibile ipotizzare dei risultati rilevanti e concreti delle terapie geniche contro le grandi malattie croniche, a partire dai tumori?

Si cerca di ampliare i bersagli di queste terapie, ovviamente anche ai tumori solidi. Il melanoma metastatico, ad esempio, risponde bene, altri meno perché il tumore solido tende a eludere le cellule killer. C’è molto lavoro da fare ma sono attesi sviluppi nei prossimi anni, a cominciare dal trovare il bersaglio giusto per il recettore anti-tumorale. Ma io ho fiducia: credo che un allargamento dei bersagli sia una prospettiva realistica dei prossimi cinque anni e che la terapia genica sarà un nuovo pilastro della lotta contro i tumori.

Qual è la sostenibilità finanziaria di questo tipo di cure?

Oggi le terapie approvate sono prescrivibili anche dal Servizio Sanitario Nazionale. è chiaro che questo è il tema chiave visto che il costo per paziente è molto rilevante. Un conto è se parliamo infatti del trattamento di malattie rare, un altro se in futuro – parallelamente ai progressi della medicina – la platea si allargherà. è anche vero che queste terapie si somministrano una volta sola nella vita e quindi non si necessita di ulteriori trattamenti, con un risparmio di costi in prospettiva. In ogni caso ritengo che la vera svolta arriverà solo quando si potranno realizzare economie di scala, anche usando cellule provenienti da donatori universali, anziché essere costretti come oggi a lavorare ogni volta su quelle del singolo paziente. Non è una prospettiva irrealizzabile, anzi, già oggi qualcosa riusciamo a fare in questo senso. Certo, in questo modo i costi scenderebbero molto e anche la sanità pubblica potrebbe beneficiarne.

 

“I manager pronti a sostenere il rilancio del Paese”

Stefano Cuzzilla confermato Presidente Federmanager. Ecco le priorità per i prossimi anni

“Esiste un legame tra lavoratori in salute e produttività dell’impresa e la nostra è stata una delle prime organizzazioni a sostenere la validità del welfare integrativo, come forma di supporto al sistema sanitario pubblico”. Ne è convinto Stefano Cuzzilla, che a marzo è stato confermato praticamente all’unanimità presidente di Federmanager per quello che sarà il suo terzo mandato, cioè fino al 2024.

Qual è il significato della sua riconferma alla presidenza di Federmanager? Che responsabilità sente in un momento come questo?

Questa riconferma rappresenta per me un riconoscimento per l’attività svolta e i risultati raggiunti, ma mi chiama altresì a un impegno ancora più ampio per far ascoltare, in tutte le sedi, la voce della categoria che rappresento ed è uno stimolo a fare di più e meglio per il rilancio e la crescita del Paese.

La complessità della situazione attuale, il contesto di crisi e fratture a cui assistiamo nella politica e nella società, sottolineano l’importanza del ruolo dei corpi intermedi, chiamati a una “responsabilità collettiva”. Con questo approccio nella mia agenda sono già fissati alcuni obiettivi: l’interlocuzione costante con tutti i nostri stakeholder, la promozione delle competenze manageriali per guidare la ripresa produttiva, il consolidamento di Federmanager come organizzazione in grado di svolgere un ruolo di rilievo anche nella gestione delle risorse in arrivo dall’Ue.

Alla luce del momento particolarmente critico del Paese, qual è secondo lei il valore della rappresentanza industriale e come può contribuire al rilancio dell’Italia?

L’effetto Covid ha sconvolto gli schemi precostituiti e non si potrà tornare indietro. Le difficoltà che stiamo attraversando, dentro e fuori l’impresa, richiamano la necessità di dotarci di competenze manageriali consolidate per superare le criticità. È necessario poi che le organizzazioni di rappresentanza operino anche per adeguare la contrattazione alle mutate condizioni del lavoro. Prendiamo l’esempio dello smart working, che nel 2020 ha vissuto una sperimentazione forzata e ora attende il consolidamento. La spinta a un aggiornamento della legislazione del lavoro da parte delle istituzioni deve arrivare da chi sa farsi mediatore di esigenze economiche e sociali basate su equilibri diversi da quelli fino a ieri conosciuti.

Quali devono essere secondo lei le priorità del Piano nazionale di ripresa e resilienza, sia sotto il profilo industriale sia sotto quello sanitario?

L’Italia è tra i Paesi che maggiormente trarranno benefici dal Next generation Eu, ma tutto dipende da come spenderemo i soldi in arrivo. Almeno quattro sono le priorità a cui puntare: svincolarci dai vincoli della burocrazia, favorire la cultura della diversità, con una maggiore inclusione delle donne nel mercato del lavoro, promuovere la sostenibilità d’impresa, in particolar modo quella ambientale, e favorire la digitalizzazione.

Sfide complesse che potranno essere superate con una governance efficace del Pnrr e il coinvolgimento di tutti gli attori del sistema produttivo, a partire dai manager che hanno capacità di visione, di pianificazione e di attuazione, e sono sicuramente “depositari” delle competenze necessarie per guidare la trasformazione che l’Europa ci chiede a gran voce. Per questo, ho già avviato una serie di incontri con esponenti del Governo e delle forze parlamentari per sottolineare i temi di nostro interesse e per anticipare il nostro supporto nella fase relativa all’attuazione dei programmi.

Quali sono le grandi sfide, emerse anche dall’attuale contesto, della sanità italiana e che ruolo possono e devono giocare fondi sanitari integrativi come Assidai?

Esiste un legame tra lavoratori in salute e produttività dell’impresa e la nostra è stata una delle prime organizzazioni a sostenere la validità del welfare integrativo, come forma di supporto al sistema sanitario pubblico. Abbiamo dato vita a enti e società, tra cui Assidai, che hanno come obiettivo proprio la tutela dei manager iscritti e delle loro famiglie. Oggi siamo ancor più consapevoli di quanto necessario sia un “sistema salute” che risponda al livello di complessità della nostra società sotto tutti i punti di vista: gestionale e organizzativo, fino all’avanzamento scientifico e tecnologico. Più di recente, abbiamo manifestato convintamente l’adesione all’iniziativa di aprire i luoghi di lavoro alla campagna di vaccinazione, che è certamente la prima tra tutte le sfide.

 

La rivoluzione delle terapie geniche, nuova frontiera sanitaria del XXI secolo

Oggi permettono di curare alcune malattie rare, domani potrebbero sconfiggere le cronicità

La nuova frontiera dell’innovazione nella sanità è indubbiamente rappresentata dalle terapie geniche. Oggi è un trend da considerarsi agli albori – anche se alcuni risultati concreti, in termini di cure, sono già stati raggiunti – ma domani potrebbe davvero rappresentare una rivoluzione copernicana per il settore della salute, con ricadute positive in termini di risparmio di costi per i servizi sanitari nazionali.

Innanzitutto inquadriamo il fenomeno. Parliamo di un segmento all’avanguardia della medicina in cui i geni stessi vengono usati come farmaci per trattare una patologia rara. In parole povere si introducono nuove informazioni genetiche nelle cellule di un organismo che vanno a compensare un difetto genetico o a potenziare la risposta contro un tumore o un agente infettivo. Qualche esempio? Si può modificare la sequenza del DNA che genera una malattia per “ripristinare” l’originale e risolvere così il problema definitivamente. Oppure si possono aggiungere a una cellula proteine artificiali, “riarmandole” per riconoscere i tumori, ad oggi soprattutto per quanto riguarda alcuni tipi di linfomi o di leucemie, mentre per altri tipi di cancro la strada da percorrere è ancora lunga. Un quadro molto approfondito in materia ce lo fornisce, sempre in questo numero di Welfare 24, il Professor Luigi Naldini, Direttore dell’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica nonché vero e proprio luminare del settore.

Se oggi con queste terapie, ancora molto costose, si riescono a curare soltanto alcune malattie rare, l’obiettivo di domani è allargare lo spettro dei possibili bersagli che comprende patologie più complesse, ma comuni, come il cancro, il morbo di Parkinson e l’artrite. In una parola le cronicità, principale causa di decessi nel mondo e anche la maggiore fonte di costi per la sanità pubblica, compresa quella italiana. Arrivare a sconfiggere molte di queste malattie grazie alle terapie geniche – obiettivo che forse verrà raggiunto nel lungo termine – rappresenterà una boccata d’ossigeno anche per servizi sanitari già provati dalle dinamiche demografiche.

 

“Con il mal di testa una vita a metà”

Intervista a Piero Barbanti, Presidente dell’Associazione neurologica italiana per la ricerca sulle cefalee: “La severità del dolore e dei sintomi condiziona le capacità sociali e lavorative”

“I malati di emicrania? “Vivono la vita a metà ed effettuano scelte di ripiego, anche nella vita lavorativa, per la paura di non essere all’altezza a causa della propria patologia”. Il valore della prevenzione per combatterla? “è la vera cura e consiste non nella somministrazione del solito analgesico in occasione dell’attacco ma in un trattamento prolungato per mesi per ridurre il numero mensile di giorni in cui l’emicrania si presenta”. Piero Barbanti è Presidente dell’Associazione neurologica italiana per la ricerca sulle cefalee nonché Professore associato di Neurologia all’Università San Raffaele di Roma e sull’emicrania ha un’opinione molto chiara: “è la prima patologia neurologica e impatta severamente sulla vita di un soggetto”.

L’emicrania è una delle patologie più diffuse in Italia di cui tuttavia, paradossalmente, si parla meno. Perché? Ci può dare qualche numero relativo all’Italia e a livello globale?

L’emicrania è la terza malattia più frequente del genere umano e la prima per disabilità in soggetti di età inferiore ai 50 anni. Questa enorme massa di persone tende a non emergere per vari motivi: da un lato si tratta di un esercito silenzioso, fatto di pazienti che spesso hanno ritrosia a comunicare il proprio problema per timore di essere non compresi o etichettati come soggetti nevrotici; dall’altro, i sintomi dell’emicrania vengono frequentemente equivocati per problemi di artrosi cervicale, sinusite o intolleranze alimentari.

Quali sono i costi “sociali” dell’emicrania e che ricadute ha questa patologia sulla vita degli individui, in particolare in ambito lavorativo?

L’emicrania impatta severamente sulla vita del soggetto per due ordini di motivi. In primo luogo, la severità del dolore e dei sintomi associati (nausea, vomito, fastidio per le luci e per i rumori) condiziona le capacità sociali e lavorative del soggetto. Ma non è tutto. Il paziente emicranico teme i propri attacchi anche quando non ha mal di testa e vive sovente in una condizione di paura dell’emicrania nota come cefalalgofobia che comporta rinunce a opportunità e occasioni nel timore che si possano rivelare situazioni scatenanti. Si tratta in sostanza di un soggetto che vive la vita a metà e che a volte effettua scelte di ripiego nell’ambito scolastico e lavorativo temendo di non essere all’altezza per via della propria patologia.

Che valore ha la prevenzione per il mal di testa e come si può effettuare?

La prevenzione è la vera cura dell’emicrania e consiste non nella somministrazione del solito analgesico in occasione dell’attacco ma in un trattamento prolungato per mesi per ridurre il numero mensile di giorni in cui l’emicrania si presenta. Fino a poco tempo fa la scelta ricadeva solo su farmaci beta-bloccanti, calcio-antagonisti, antidepressivi ed antiepilettici, molecole efficaci ma non specifiche, gravate da diversi effetti collaterali che comportano a volte l’interruzione del trattamento. Da poco sono disponibili gli anticorpi monoclonali antiCGRP, trattamenti selettivi e specifici utilizzati in genere per 12 mesi, caratterizzati da ottima efficacia e eccellente tollerabilità, in grado di incidere molto più incisivamente sulla disabilità del soggetto. Gli anticorpi monoclonali finora in commercio si iniettano per via sottocutanea mensilmente (o ogni 3 mesi, nel caso di un particolare anticorpo). Nel futuro dovrebbe essere commercializzato anche in Europa un anticorpo monoclonale ad uso trimestrale per via endovenosa. Gli anticorpi monoclonali antiCGRP possono essere prescritti solo da specifici centri ai pazienti che abbiano almeno 8 giorni di emicrania disabilitante al mese e non abbiano risposto a trattamenti adeguati con beta-bloccanti, antidepressivi e antiepilettici.

Piano Sanitario Figli, la grande novità del 2021

Assidai viene incontro alle esigenze manifestate dagli iscritti e tutela i figli che, nella fascia 18-26 anni, perdono l’assistenza sanitaria del Fasi. Ecco tutti i dettagli dell’iniziativa

 

Assidai si muove ancora a favore dei propri iscritti, venendo incontro a un’esigenza emersa in modo sempre più rilevante negli ultimi anni. Molti assistiti, infatti, si sono rivolti al Fondo chiedendo un aiuto per tutelare ulteriormente i propri figli aventi un’età compresa tra i 18 e i 26 anni, che perdono inevitabilmente l’assistenza sanitaria da parte del Fasi.

Per loro, Assidai prevede già la possibilità di rimanere in copertura all’interno del nucleo familiare fino al compimento del 26° anno di età, riconoscendo il rimborso delle prestazioni previste dal Piano Sanitario del padre o della madre, che sono iscritti al Fondo, considerando la quota del Fasi “in franchigia”.

Per il 2021, in aggiunta, il Fondo ha introdotto un’importante novità per coloro che desiderano aderire: con un’integrazione del contributo, Assidai si farà carico anche della quota di rimborso, attualmente “in franchigia” che prima il Fasi garantiva ai figli. Successivamente al 26° anno, sarà possibile continuare a garantire l’assistenza sanitaria ai figli attraverso il Piano Sanitario Familiari Assidai.

È un progetto appena decollato e per Assidai molto importante perché, specie in un periodo come questo, può fare davvero la differenza: sappiamo bene quanto sia importante prima di tutto tutelare la salute dei nostri figli. Per aderirvi è sufficiente compilare il modulo che Assidai ha inviato agli iscritti nelle scorse settimane e inoltrarlo all’indirizzo e-mail indicato.

Per qualsiasi informazione o chiarimento, il Customer Care Assidai è a completa disposizione al numero 06 44070600.