Welfare aziendale sempre più forte: tutte le novità della Legge di Bilancio

Potenziate le misure su buoni pasto e premi di risultato. Confermati i fringe benefit

Fringe benefit, buoni pasto, detassazione dei premi di risultato e previdenza complementare. La Legge di Bilancio 2026 ha segnato un ulteriore punto di svolta per il welfare aziendale in Italia, consolidando strumenti precedentemente sperimentati e introducendo nuove misure strutturali volte a mitigare l’inflazione, sostenere il reddito reale di lavoratrici e lavoratori e a rafforzare il legame tra azienda e personale in un’ottica di benefici reciproci.

Tra le principali misure, spicca quella sui buoni pasto elettronici, la cui soglia di esenzione, fiscale e contributiva, giornaliera sale da 8 a 10 euro, mentre rimane invariata a 4 euro per i buoni cartacei. Ciò conferma la volontà del legislatore da una parte di incentivare il formato digitale e dall’altra, soprattutto, di dare un segnale chiaro su come riconosca il buono pasto come uno strumento di welfare quotidiano, capace di incidere concretamente sul benessere reale delle persone, soprattutto in un contesto di lavoro sempre più flessibile e ibrido. Lato azienda, ciò permette di sostenere il potere d’acquisto del proprio personale senza impatti sul costo del lavoro.

Un altro punto chiave dell’ultima Manovra in termini di welfare aziendale è rappresentato dalla conferma dell’impianto dei fringe benefit (che possono comprendere, tra gli altri, voucher spesa, carburante ma anche rimborsi per le utenze domestiche): fino al 2027 restano, infatti, in vigore le soglie di esenzione già previste, ovvero massimo 1.000 euro annui per tutte le lavoratrici e i lavoratori e massimo 2.000 euro annui per chi ha figlie e figli fiscalmente a carico. Una stabilità normativa che mette le imprese nella condizione di utilizzare i fringe benefit sempre più come leva strategica, costruendo soluzioni personalizzate in grado di rispondere a bisogni sempre più diversificati dei dipendenti e delle dipendenti e favorendo il loro engagement.

Il focus si allarga alla previdenza complementare

Terzo elemento cruciale della Legge di Bilancio riguarda la detassazione dei premi di risultato, che viene rafforzata prevedendo per gli anni 2026 e 2027 un’ulteriore riduzione dell’aliquota dell’imposta sostitutiva sulle somme erogate sotto forma di premi di risultato o di partecipazione agli utili d’impresa, che passa dal 5% all’1%. Al contempo viene innalzato il limite di reddito agevolato che sale da 3.000 a 5.000 euro. La misura, va ricordato, si applica a lavoratrici e lavoratori dipendenti del settore privato che nell’anno precedente hanno percepito un reddito non superiore a 80.000 euro.

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Infine, sono rilevanti le novità in materia di previdenza complementare.

Per le nuove assunte e i nuovi assunti nel settore privato, dal 1° luglio 2026, scatterà il meccanismo del silenzio-assenso: il TFR, il contributo aziendale e quello della lavoratrice o del lavoratore saranno destinati automaticamente al Fondo Pensione Negoziale previsto dal CCNL di riferimento.

Si tratta di un’adesione a tutti gli effetti, resa pienamente operativa, dalla quale la lavoratrice o il lavoratore può comunque recedere entro 60 giorni dall’assunzione.

Per incentivare il risparmio previdenziale, la Legge di Bilancio 2026 ha innalzato a 5.300 euro il tetto di deducibilità fiscale; tale soglia si applica a tutti i contributi versati (datoriali, minimi mensili e volontari una tantum), con l’unica esclusione del TFR. La logica è chiara: consolidare il welfare aziendale come strumento cruciale di sicurezza e pianificazione del futuro.

In conclusione, la Legge di Bilancio 2026 conferma la centralità del welfare aziendale, rafforzandone alcuni presidi e introducendo di nuovi. In questo modo il ruolo delle imprese continua ad evolvere, perché si consente loro di costruire ecosistemi di well-being capaci di rispondere a bisogni reali, quotidiani e di lungo periodo.

Tumore al collo dell’utero, cruciale la prevenzione

Gennaio è il mese internazionale per sensibilizzare la popolazione su questa patologia, che colpisce maggiormente le donne tra 55 e 65 anni, e sull’importanza di screening e vaccino.

Gennaio è il mese della prevenzione del tumore del collo dell’utero (cervice uterina), focalizzato sulla sensibilizzazione riguardo al vaccino HPV e allo screening per la diagnosi precoce. Questa neoplasia, causata quasi esclusivamente dal virus HPV e molto comune tra le donne giovani – colpisce maggiormente quelle tra 55 e 65 anni ma non sono rari i casi in età inferiore – è prevenibile e curabile. La sua incidenza (e mortalità) è stata abbattuta da una parte, appunto, grazie al vaccino (efficace e gratuito) e dall’altra parte con l’introduzione del Pap test che consente di identificare alterazioni cellulari in epoca precoce, prima della loro evoluzione in carcinoma invasivo.

Questa patologia è spesso asintomatica, soprattutto nelle fasi iniziali. Segnale tipico è il sanguinamento vaginale che, in fase avanzata, può essere accompagnato da dolore pelvico spontaneo e/o durante rapporti sessuali. La comparsa di secrezioni vaginali anomale può essere un’altra manifestazione della neoplasia. Nella maggior parte dei casi, come detto, questo tumore viene diagnosticato comunque in assenza di sintomatologia, grazie all’utilizzo di validati strumenti di screening, che proprio per questo diventano ancora più importanti.

È stato dimostrato che il tumore del collo dell’utero nel 95% circa dei casi ha come causa l’infezione da Papillomavirus e che circa l’80% delle donne contrae l’infezione nel corso della propria vita.

Nella maggior parte dei casi il virus viene facilmente eliminato dall’organismo, quindi l’infezione è temporanea e tende a regredire spontaneamente in uno o due anni, senza causare lesioni uterine (cosiddette precancerose). Nella piccola percentuale di donne in cui l’infezione diventa persistente, soltanto una parte sviluppa le lesioni che precedono il cancro invasivo.

Spese di prevenzione scomputate dal Patto di Stabilità

L’idea lanciata dal Ministro della Salute, Orazio Schillaci, parlando all’Healthcare Summit del Sole 24 Ore. L’obiettivo è liberare nuove risorse a favore della sanità pubblica.

Scomputare le spese dedicate alla prevenzione, come vaccini o screening contro i tumori, dal calcolo del deficit ai fini del Patto di Stabilità Ue, come accade per le spese della difesa. È questa l’idea lanciata dal Ministro della Salute, Orazio Schillaci, dal palco dell’Healthcare Summit del Sole 24 Ore, evento tenutosi nelle scorse settimane.

“Ci stiamo lavorando insieme al ministero dell’Economia, ci sono interlocuzioni con il Ministro Giancarlo Giorgetti perché siamo certi che riuscire a svincolare la prevenzione dalle spese che concorrono al deficit sia fondamentale per avere poi più risorse da liberare per il Servizio sanitario nazionale”.

Un impegno che il Ministro Schillaci ha deciso di portare fino ai tavoli europei, che sono evidentemente la sede deputata per autorizzare un meccanismo di questo genere.

“La prevenzione è il miglior investimento e non una spesa: ogni euro investito ne produce tre. Per questo abbiamo dato un segnale chiaro anche nell’ultima legge di bilancio dove abbiamo ampliato l’età degli screening oncologici”, ha sottolineato Schillaci.

La visione è chiara: la prevenzione è considerata come strumento per garantire la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale, in un’ottica di invecchiamento della popolazione, mirando ad avere meno malati in futuro. Al tempo stesso, come già osservato dal Ministro Schillaci in passato, il cambio di paradigma deve tradursi anche in un’evoluzione virtuosa degli stili di vita di italiane e italiani.

La parola al Presidente [Welfare 24 – Anno 13, N.1]

Un welfare aziendale più forte, in Italia, per rinsaldare il legame tra l’impresa, le dipendenti e i dipendenti, con vantaggi reciproci.

La recente Legge di Bilancio ha introdotto novità importanti su fringe benefit, buoni pasto, detassazione dei premi di risultato e previdenza complementare, consolidando alcune misure e introducendone di nuove.

Ce ne occupiamo approfonditamente su Welfare 24, la newsletter che realizziamo in collaborazione con Il Sole 24 Ore, che affronta anche altri temi interessanti, come la proposta del Ministro della Salute, Orazio Schillaci, di scomputare dal calcolo del Patto di Stabilità europeo gli investimenti in prevenzione.

Tra gli altri argomenti esaminati ci sono anche i consigli forniti dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) per vivere un nuovo anno in salute: quasi tutti, mi fa piacere osservarlo, risultano in sintonia con l’attività di informazione e divulgazione che Assidai svolge sui corretti stili di vita.

Infine, spazio alla prevenzione del cancro al collo dell’utero (tra vaccinazione e Pap Test), e ad alcune app che – secondo le prime evidenze empiriche – dimostrano efficacia per smettere di fumare.

Approfondimento neurologico sulle paresi facciali

La paresi o paralisi facciale periferica è la più comune forma di mononeuropatia acuta e rappresenta la causa più comune di paralisi acuta del nervo facciale.

Definita anche paralisi di Bell, dal nome dell’anatomista scozzese Charles Bell, che per primo la descrisse, si caratterizza per un’insorgenza rapida di paralisi parziale o completa a carico del VII nervo cranico (destro o sinistro).

Si ritiene che tale condizione sia legata talvolta a un processo infiammatorio acuto locale che porterebbe a tumefazione e compromissione del nervo con conseguente disfunzione dello stesso.

Uno degli agenti principalmente implicati in questo processo flogistico è l’Herpes Simplex.

Esistono, tuttavia, altri tre tipi di cause classificabili in base al decorso del nervo in:

  • intracraniche (in caso di meningiti, fratture della base cranica ecc.);
  • intratemporali (in caso di otiti, carcinomi dell’orecchio medio ecc.);
  • extracraniche (in caso di ferite facciali, traumi, parotiti e la più comune da freddo).

I segni caratteristici della patologia sono rappresentati da una paralisi parziale o completa dei muscoli mimici dell’intero emivolto coinvolto.

Il 75% dei pazienti affetti da paralisi di Bell guarisce spontaneamente; tuttavia, ricerche recenti hanno dimostrato che la terapia con farmaci steroidei e un antivirale (aciclovir) probabilmente è efficace per migliorare la funzionalità facciale insieme all’utilizzo di vitamine del gruppo B, che hanno un’azione neuroprotettiva.

Rallentare l’Alzheimer grazie a 5mila passi al giorno

L’ipotesi nasce da uno studio realizzato in Usa e pubblicato su Nature Medicine: con il movimento frena il declino cognitivo e si accumulano meno proteine Tau nel cervello.

Camminare come possibile antidoto contro il morbo di Alzheimer. Secondo una ricerca pubblicata su Nature Medicine e condotta da un team della Harvard Medical School e del Massachusetts General Hospital di Boston, anche una modesta attività fisica – ossia 5.000 passi al giorno – è associata a un rallentamento del declino cognitivo e a una minore accumulazione di proteine tau nel cervello, uno dei principali marcatori della malattia.

In particolare, come riportato dal Sole 24 Ore, lo studio è durato fino a 14 anni e ha coinvolto 296 persone tra i 50 e i 90 anni, tutte con depositi cerebrali di amiloide e tau, ma senza sintomi di demenza all’inizio. Chi ha partecipato indossava contapassi per monitorare l’attività quotidiana e si sottoponeva regolarmente a scansioni Pet cerebrali e a test cognitivi annuali.

I principali risultati?

Chi camminava tra 3.000 e 5.000 passi al giorno registrava un rallentamento del declino cognitivo di circa tre anni, mentre chi ne percorreva tra 5.000 e 7.500 beneficiava di un ritardo medio di sette anni. Oltre tale soglia, tuttavia, i benefici si stabilizzavano.

Inoltre, un altro esito chiave è rappresentato dal fatto che l’attività fisica non era associata a una riduzione dei livelli di beta-amiloide, ma a un accumulo più lento di proteina tau, strettamente legata alla perdita di memoria e alla morte neuronale.

Secondo le ricercatrici e i ricercatori, inoltre, anche livelli moderati di attività, equivalenti a 30-60 minuti di camminata quotidiana, potrebbero offrire benefici tangibili, specialmente nelle persone anziane sedentarie.

Insomma, anche se camminare non è una cura, i dati suggeriscono che piccoli cambiamenti nello stile di vita – più movimento, dieta equilibrata, niente fumo, poco alcol (la cosiddetta prevenzione primaria) – possono davvero fare la differenza nella salute cerebrale.

Trapianti, Italia ancora da record nel 2024

Siamo secondi tra i grandi Paesi europei, dietro soltanto alla Spagna, grazie anche a un aumento di donatrici e donatori: battute Francia, Regno Unito e Germania Buoni dati anche nel 2025

L’Italia al top nella donazione e nel trapianto di organi, campo in cui si posiziona tra le eccellenze mondiali. A confermarlo sono due documenti chiave: l’ultima Newsletter Transplant del Consiglio d’Europa e il Report annuale 2024 del Centro Nazionale Trapianti (CNT). Da essi si desume infatti che lo scorso è stato un altro anno da record per la rete italiana, con un aumento di donatrici e donatori di trapianti e una crescita delle pratiche più complesse, come la donazione a cuore fermo.

Più nel dettaglio, guardando all’Europa, l’Italia sale sul podio. Con 29,5 donatrici e donatori utilizzati per ogni milione di abitanti, è infatti seconda tra i grandi Paesi europei, dietro la Spagna (48) ma davanti a Francia (28,3), Regno Unito (19,2) e Germania (10,9). Allargando la classifica a tutto il Vecchio Continente, il nostro Paese si colloca invece al sesto posto, preceduto solo da Portogallo (33,5), Repubblica Ceca (32), Belgio (31,7) e Croazia (29,8).

Anche guardando i numeri assoluti, il 2024 è stato un anno di inconfutabile eccellenza: 4.642 trapianti realizzati, con un incremento del 3,9% rispetto all’anno precedente. Di questi, 179 in urgenza nazionale e 191 pediatrici (79 di fegato, 76 di rene, 32 di cuore, quattro di polmone). Donatrici e donatori segnalati nelle rianimazioni sono stati 3.165 (+2,3%), mentre quelli effettivamente utilizzati arrivano a 1.730 (+3,6%), con un’età media di 62,6 anni.

Tra i 221 ospedali coinvolti nella rete nazionale, spiccano: Città della Salute e della Scienza di Torino con 440 trapianti; Ospedale di Padova con 413; Ismett di Palermo a quota 276. Padova guida la classifica per trapianti di rene (217) e polmone (41), Torino è prima per fegato (179), mentre il Policlinico di Bari si conferma il primo centro italiano per trapianti di cuore (73). Per il pancreas, infine, il primato va al San Raffaele di Milano (14).

“I dati del report europeo e quelli pubblicati dal Centro Nazionale Trapianti testimoniano l’impegno costante della Rete nazionale e il valore di una collaborazione che coinvolge istituzioni, professionisti sanitari, volontari e cittadini – ha sottolineato il Direttore Generale del CNT Giuseppe Feltrin – Tra gli elementi qualificanti del nostro sistema, che anche stando ai numeri preliminari del 2025 cresce nella capacità di risposta, c’è certamente l’allargamento del pool di donatrici e donatori, sia grazie a un lavoro estremamente efficace della task force nazionale di valutazione del rischio, che supporta i professionisti nelle rianimazioni, sia grazie alla crescita sempre più decisa della donazione a cuore fermo”.

Quest’ultima è una nicchia che sta guadagnando sempre più spazio ed è meritevole di nota. Si tratta della donazione a cuore fermo, cresciuta nel 2024 del 34,6%, con 284 prelievi (il 16,4% del totale delle donazioni). È l’incremento più alto d’Europa, a eccezione della Spagna. Un risultato reso possibile anche dalla normativa italiana, che impone 20 minuti di osservazione per la dichiarazione del decesso con criteri cardiaci, contro i 5–10 minuti adottati mediamente all’estero. Una tutela maggiore per chi dona e un segno di grande attenzione etica. Fino a pochi anni fa questa pratica era considerata pionieristica; oggi, secondo il Centro Nazionale Trapianti, i risultati clinici dei trapianti da donazione a cuore fermo sono sovrapponibili a quelli da donatrice o donatore in morte cerebrale.

I numeri:

  • 4.642 trapianti realizzati nel 2024
  • +3,9%rispetto all’anno precedente
  • 3.165 donatori segnalati nelle rianimazioni (+2,3%)
  • 29,5 donatori utilizzati per ogni milione di abitanti

Persone anziane: allarme dall’ISS sulle cadute in casa

Nel 2025 ne è stata vittima una persona over 65 su cinque, subendo una frattura nel 18% dei casi. Il fenomeno peggiora con l’avanzare dell’età e tra chi ha difficoltà economiche.

Una persona over 65 su cinque è caduta almeno una volta nell’ultimo anno. Questo, nel 18% dei casi ha portato a una frattura e nel 16% a un ricovero ospedaliero. Lo affermano i dati della sorveglianza Passi d’Argento (dedicato alla popolazione anziana e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità) relativi al biennio 2023-2024.

Secondo lo studio, tuttavia, una quota rilevante di anziani, uno su tre, non utilizza presidi anticaduta come il tappetino in bagno, nonostante sia proprio la casa il luogo dove gli incidenti si verificano di più. Il 3% degli adulti fra 18 e 69 anni di età, riferisce ancora la sorveglianza Passi, ha avuto un infortunio domestico tale da richiedere cure mediche.

In particolare, nel biennio 2023-2024 – si spiega – il 20% delle persone intervistate ultra65enni hanno dichiarato di essere cadute nei 12 mesi precedenti: il 14% una volta e il 6% due o più volte. Nel 18% dei casi le cadute hanno causato una frattura e nel 16% dei casi è stato necessario il ricovero ospedaliero di almeno un giorno.

Inoltre, va osservato che le cadute sono più frequenti con l’avanzare dell’età (lo riferisce il 15% delle persone tra 65-74 anni e il 31% di quelle ultra 85enni) fra le donne (24% vs 15% negli uomini) e fra le persone con difficoltà economiche (29% contro il 18% di chi vive più agiatamente). Le cadute avvengono per lo più in casa (54%) e meno frequentemente in strada (20%), in giardino (21%) o altrove (5%).

Infografica dettagliata sulle cause e sulla prevenzione delle cadute in casa degli anziani over 65.

Malattie neurologiche, la prevenzione è cruciale. Da ricerca e cure passi chiave per il futuro

Il Professor Zappia: “Nei trial clinici alcune terapie hanno frenato la demenza di Alzheimer”

Le malattie neurologiche? “Rappresentano la prima causa mondiale di disabilità, dobbiamo lavorare molto sulla prevenzione, che è fondamentale”.

La ricerca? “Ha fatto passi importanti, anche per quanto riguarda le malattie neurodegenerative e molte malattie rare”.

Il Professor Mario Zappia a fine ottobre è stato nominato Presidente della Società Italiana di Neurologia e, anche per il suo mandato biennale, ha idee molto chiare:

“Vogliamo diventare uno dei pilastri della sanità pubblica italiana: tra invecchiamento demografico e innovazione terapeutica i prossimi anni presenteranno sfide importanti e noi vogliamo dare il nostro contributo.”

Professor Zappia, quali sono i principali disturbi neurologici e quanti sono gli italiani che ne soffrono?

In Italia abbiamo circa il 20% della popolazione che soffre di cefalea in modo cronico, significa 12 milioni di persone: un problema sanitario ma anche sociale se si pensa ai giorni di lavoro perduti. Abbiamo 1,5 milioni di persone colpite da demenza, 400mila dal Parkinson, 200mila dalla sclerosi multipla; inoltre circa 700mila traumi cranici l’anno che rappresentano un grave problema non solo per l’elevata mortalità, ma anche per gli esiti disabilitanti. Poi ci sono le malattie rare, su cui c’è una rinnovata attenzione sia perché chi ne è colpito la merita sia perché per alcune di esse stanno emergendo terapie innovative geniche o di tipo immunologico.

Quanto è importante la prevenzione primaria (abitudini di vita) e quanto quella secondaria (diagnosi precoce) in campo neurologico?

Uno dei temi che vorrei portare avanti nel mio mandato è proprio la prevenzione, perché fino ad adesso purtroppo nelle patologie neurologiche non è stato fatto abbastanza. Basta vedere come, grazie ad adeguate campagne informative, è stata ridotta l’incidenza del cancro o delle malattie cardiovascolari. Anche per le malattie neurodegenerative molti dei fattori di rischio, a partire dagli stili di vita, sono modificabili. Ecco, anche in neurologia dobbiamo partire senza indugio con campagne di prevenzione rivolgendoci anche alla popolazione giovanile-adulta, alla quale vanno raccomandate una corretta igiene del sonno, una buona socialità e un’attività cognitiva e mentale sostenuta. Per quanto riguarda gli screening, invece, stiamo lavorando molto sui biomarcatori di malattia per cogliere il processo patologico all’inizio delle manifestazioni cliniche: queste campagne, tuttavia, saranno sempre più importanti quanto più avremo farmaci effettivamente efficaci per combattere queste patologie.

In questi anni quali sono stati i cambiamenti più rilevanti nelle malattie neurologiche grazie alla ricerca?

La ricerca in neurologia ha fatto passi da gigante. Pensiamo alla sclerosi multipla: in 20-25 anni i farmaci hanno cambiato radicalmente in bene la storia naturale di questi pazienti, dando loro un maggior numero di anni senza o con scarsa disabilità, arrestando quasi il decorso di malattia. Anche per l’ictus sempre più pazienti sopravvivono e hanno minori danni residui. Insomma, la neurologia che fino ad alcuni anni fa veniva considerata una disciplina frustrante per il clinico, oggi permette al neurologo di avere maggiore fiducia nelle armi terapeutiche a disposizione per curare le persone.

Quali sono le prospettive per trovare cure efficaci contro la demenza?

Siamo sulla buona strada. Alcune terapie immunologiche con anticorpi che vanno ad aggredire alcune proteine che si ritiene essere coinvolte nel processo degenerativo hanno dimostrato nei trials clinici di poter frenare il progredire della demenza di Alzheimer. A tal proposito le autorità sanitarie americane ed europee hanno approvato l’uso di questi farmaci, cosa che probabilmente farà anche l’AIFA nei primi mesi del 2026 in Italia. Tuttavia, questi farmaci non possono essere somministrati a tutti i pazienti, che vanno selezionati al fine di ottimizzare le risorse disponibili ed avere garanzia di efficacia e possibilmente senza effetti indesiderati.

Lei è stato da poco nominato Presidente della Società Italiana di Neurologia: quali sono gli obiettivi della Società e quali i propositi per il suo mandato?

Abbiamo 4mila soci, metà sono donne e il 45% ha meno di 40 anni: la Società è vivace e piena di iniziative e si propone di diventare un pilastro della sanità pubblica in Italia. Questo perché l’invecchiamento demografico nel nostro Paese porterà a un aumento delle patologie di tipo neurodegenerativo. Inoltre l’innovazione terapeutica permetterà di frenare determinate patologie, come la demenza di Alzheimer. I costi elevati di queste terapie pongono tuttavia un problema di sostenibilità del sistema. Spetterà a noi, come esperti di queste malattie, suggerire ai decisori politici le migliori misure per organizzare al meglio le risorse disponibili.

Mario Zappia è il nuovo Presidente della Società Italiana di Neurologia. Il Professor Zappia ha iniziato la propria carriera accademica all’Università di Catanzaro, per poi proseguire come Professore ordinario di Neurologia presso l’Università di Catania, dove opera tutt’ora. Attualmente dirige anche l’UOC di Clinica Neurologica ed è Direttore del Dipartimento ad Attività Integrata delle Neuroscienze, Organi di Senso e Apparato locomotore dell’AOU Policlinico G. Rodolico – S. Marco di Catania.

La parola al Presidente [Welfare24 – Anno 12, numero 9]

La prevenzione per le malattie neurologiche, il nuovo record di trapianti eseguiti in Italia, il rischio cadute domestiche per gli anziani e il ruolo dell’attività fisica per rallentare l’Alzheimer: tutti i temi del nuovo numero di Welfare 24.

Anche per le malattie neurologiche, che rappresentano la prima causa mondiale di disabilità, la prevenzione è fondamentale; al tempo stesso però la ricerca ha fatto passi importanti ed è lecito coltivare speranze di cura per il futuro.

Su Welfare 24 siamo stati onorati di poter intervistare il Professor Mario Zappia, che, a fine ottobre, è stato nominato Presidente della Società Italiana di Neurologia. Il suo è un messaggio importante: gli stili di vita sono modificabili e per questo fondamentali per la prevenzione. Una lezione di cui dobbiamo fare tesoro.

Tra gli altri argomenti segnaliamo come rilevante il nuovo record di trapianti in Italia nel 2024: nel campo ci confermiamo tra le eccellenze mondiali e siamo secondi tra i grandi Paesi europei. Infine, due ulteriori approfondimenti: uno riguarda le cadute in casa delle persone anziane e l’allarme lanciato dall’Istituto Superiore di Sanità; l’altro è su uno studio di Harvard secondo il quale camminare 5 mila passi al giorno rallenta l’Alzheimer.