Parkinson, verso il raddoppio dei casi nel 2050

Tra le ragioni, il progressivo invecchiamento della popolazione e le scarse conoscenze sulla causa della patologia. Le iniziative e la nuova survey dell’Istituto Superiore di Sanità

In Italia ci sono attorno a 300mila persone con Parkinson e circa 600 mila familiari: questa malattia costituisce per impatto sanitario e sociale la seconda patologia neurodegenerativa dopo la demenza e si stima in Italia un costo annuo complessivo di circa 8 miliardi e mezzo di euro.

È quanto emerge dai numeri dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), che evidenzia come entro il 2050 il numero di casi raddoppierà solo in parte a causa del progressivo invecchiamento della popolazione generale ma anche perché i determinanti causali sono essenzialmente ancora ignoti e non sono quindi ancora disponibili strategie di prevenzione efficaci.

A tal proposito, va ricordato che la malattia di Parkinson è inserita nel Piano nazionale della cronicità approvato, nella nuova edizione, in Conferenza Unificata il 23 ottobre 2025. E che l’Istituto Superiore di Sanità sta contribuendo alle attività promosse dal Tavolo di lavoro nazionale promosso dalla Confederazione Parkinson Italia che coinvolge associazioni di pazienti, società scientifiche, istituzioni ed esperti di diverse professionalità.

Due risultati concreti sono stati già raggiunti.

Sono state redatte le prime linee di indirizzo nazionali per i Percorsi diagnostici assistenziali del Parkinson che mirano a superare l’attuale disomogeneità territoriale e a offrire alle Regioni e Province autonome uno standard di qualità a cui adeguarsi.

Il secondo risultato è la stesura di un protocollo di studio per l’avvio della più ampia indagine nazionale mai condotta in Italia sui principali bisogni clinico-assistenziali delle persone con Parkinson e dei loro familiari. La survey, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità, verrà condotta nei prossimi mesi e i risultati saranno disponibili entro la fine dell’anno.

Allarme alcol: a rischio 8 milioni di persone in Italia

Secondo l’Osservatorio Nazionale gli stili di consumo stanno diventando più rischiosi fin dai giovanissimi. Difficile intercettare i soggetti precoci: il rischio è un aumento delle cronicità

Il rapporto 2024 dell’Osservatorio Nazionale Alcol (ONA) dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) delinea un quadro allarmante sui consumi di alcol in Italia, evidenziando un progressivo abbandono del modello tradizionale mediterraneo a favore di stili più rischiosi.

Sono circa 36 milioni gli italiani e le italiane che consumano alcolici, ma il dato più critico riguarda gli 8 milioni di persone (21,8% degli uomini e 9,1% delle donne sopra gli 11 anni) che lo fanno mettendo a rischio la propria salute. Tra queste, 730mila hanno già sviluppato danni fisici o mentali correlati, ma solo una minima parte (l’8,3%) è attualmente presa in carico dal Servizio Sanitario Nazionale, evidenziando un grave deficit nell’intercettazione precoce dei soggetti fragili.

Il fenomeno del binge drinking (consumo di grandi quantità di alcol in breve tempo con l’obiettivo dell’ubriachezza) è in forte ascesa: coinvolge oggi 4,45 milioni di persone.

L’incremento è particolarmente drammatico tra la popolazione femminile, dove in dieci anni si è registrato un aumento dell’84%. Parallelamente, crescono i consumi fuori pasto tra le donne, che raggiungono il 24,6%. Questo cambiamento espone le donne a rischi specifici, come l’aumento del rischio di tumore alla mammella, tema su cui l’ISS sollecita una comunicazione più capillare e urgente.

I giovani rimangono una fascia ad altissima vulnerabilità: si contano 1,27 milioni di consumatori a rischio tra gli 11 e i 24 anni, di cui ben 580mila minorenni. Anche tra le persone anziane (over 65) le criticità sono elevate, con 2,45 milioni di soggetti a rischio. In questa fascia, l’alcol è spesso legato a consumi abituali eccedentari di vino, rendendoli uno dei target meno raggiunti dalle campagne di prevenzione.

Per contrastare questa emergenza, l’ISS promuove l’adozione dell’IPIB (Identificazione precoce e intervento breve), una strategia volta a formare il personale sanitario per intercettare i consumatori a rischio prima che i danni diventino cronici.

La sfida per il futuro consiste nel rafforzare la prevenzione e migliorare l’accesso ai servizi, puntando su una maggiore consapevolezza dei rischi sociali e sanitari legati a un consumo che è sempre meno conviviale e sempre più compulsivo.

Salute, la Giornata mondiale punta su approccio “One Health”

L’obiettivo principale è promuovere un cambio di paradigma globale basato sulla consapevolezza che il benessere umano, animale e ambientale siano indissolubilmente legati tra loro

La Giornata Mondiale della Salute 2026, celebrata lo scorso 7 aprile, segna l’inizio di una campagna cruciale intitolata “Insieme per la salute. Al fianco della scienza”. L’obiettivo principale è promuovere un cambio di paradigma globale attraverso l’approccio “One Health”, un modello basato sulla consapevolezza che la salute umana, animale e ambientale siano indissolubilmente legate tra loro. In un mondo sempre più interconnesso, l’equilibrio degli ecosistemi e il benessere delle piante e degli animali non sono più temi separati dalla medicina umana, ma pilastri fondamentali per garantire la sicurezza sanitaria globale.

L’approccio One Health si traduce in azioni concrete e multidisciplinari: dalla creazione di sistemi di sorveglianza integrati che monitorino simultaneamente i dati clinici e quelli veterinari, alla condivisione dei rischi tra i settori della sanità, dell’agricoltura e dell’ambiente. Come sottolineato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’esperienza della pandemia di COVID-19 ha dimostrato che la preparazione alle future minacce dipende dalla capacità di costruire ponti tra diversi ambiti scientifici e di cooperare a livello internazionale per individuare tempestivamente i focolai epidemici.

Uno degli esempi più urgenti dell’applicazione di questa strategia è la lotta all’antibiotico-resistenza. La diffusione di batteri resistenti ai farmaci è una minaccia silenziosa che mette a rischio soprattutto le persone fragili. Affrontare questa sfida richiede non solo la ricerca di nuovi farmaci, ma anche una gestione responsabile degli antibiotici negli allevamenti e una promozione capillare delle vaccinazioni e delle norme igieniche.

Infine, il successo di queste strategie dipende da un elemento immateriale ma decisivo: la fiducia nella scienza. Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità è essenziale ricostruire il legame tra comunità scientifica e opinione pubblica attraverso una comunicazione trasparente. Solo coinvolgendo attivamente la popolazione e fornendo linee guida basate su prove scientifiche indiscutibili sarà possibile adottare comportamenti consapevoli e costruire un modello di tutela della salute davvero resiliente e collaborativo.

Il Parkinson una sfida medica e sociale: progressi grazie a cure personalizzate

Intervista al Professor Antonini: “Questa malattia deriva da fattori genetici e ambientali”

Il Parkinson è una sfida medica, sociale ed economica: ad oggi abbiamo registrato progressi significativi e possiamo continuare a farlo. Ne è convinto il Professor Angelo Antonini, Ordinario di Neurologia presso il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Padova e Direttore dell’Unità Operativa di Malattie Neurodegenerative presso la Clinica Neurologica dell’Azienda Ospedale-Università di Padova.

L’11 aprile è stata celebrata la Giornata mondiale contro il Parkinson. Qual è il significato di questa giornata e che obiettivi vuole raggiungere?

La Giornata mondiale del Parkinson è prima di tutto un momento di consapevolezza. È l’occasione per ricordare che questa malattia riguarda milioni di persone nel mondo e che non coinvolge solo chi riceve la diagnosi, ma intere famiglie. L’obiettivo è duplice: da un lato sensibilizzare l’opinione pubblica, riducendo stigma e disinformazione; dall’altro richiamare l’attenzione delle istituzioni sulla necessità di investire in ricerca, migliorare l’assistenza e percorsi di cura con un approccio multidisciplinare in linea con quello che è il piano nazionale della cronicità del Ministero della Salute. Parlare di Parkinson significa parlare di qualità della vita, autonomia, dignità e accesso alle terapie: temi che devono restare al centro del dibattito sanitario.

Quali sono, se note, le principali cause del Parkinson? Quali restano i principali “misteri” di questa malattia e come possono, se scoperti, aiutare a trovare una cura?

Il Parkinson è una malattia complessa e multifattoriale che coinvolge non solo il sistema nervoso centrale ma tutti gli organi del corpo. È una malattia sistemica e le alterazioni molecolari possono essere identificate nella cute, nella mucosa intestinale e nasale e nel sangue molti anni prima che i sintomi motori diventino evidenti. Oggi poi sappiamo che il Parkinson deriva dall’interazione tra fattori genetici e ambientali. In circa il 20% dei casi esistono mutazioni genetiche note che aumentano significativamente il rischio, ma nella maggior parte dei pazienti si tratta di un insieme di predisposizioni e fattori esterni ancora non completamente chiariti.

Il grande “mistero” riguarda il motivo per cui alcune cellule del cervello, in particolare quelle che producono dopamina, iniziano a degenerare molti anni prima della comparsa dei sintomi. Comprendere i meccanismi iniziali della malattia è la chiave per passare da terapie sintomatiche a trattamenti realmente in grado di rallentare o fermare la progressione.

Quali sono i sintomi del Parkinson e i principali campanelli d’allarme a cui prestare attenzione?

I sintomi noti sono tremore a riposo, rigidità muscolare, lentezza nei movimenti e difficoltà nell’equilibrio. Tuttavia il Parkinson non è solo una malattia del movimento, anzi. Anni prima della diagnosi possono comparire segni meno evidenti: perdita dell’olfatto, disturbi del sonno, stipsi persistente, depressione o ansia. Riconoscere questi segnali precoci è fondamentale perché ci permette di intervenire prima e seguire meglio l’evoluzione della malattia. Oggi parliamo sempre più di Parkinson come di una patologia sistemica che coinvolge corpo e mente.

Si può fare prevenzione? Se sì in che modo?

Non esiste una prevenzione assoluta, ma possiamo parlare di riduzione del rischio. Numerosi studi indicano che uno stile di vita sano che riduce i processi infiammatori ha un ruolo protettivo: attività fisica regolare, dieta equilibrata di tipo mediterraneo, controllo dei fattori cardiovascolari e stimolazione cognitiva. L’esercizio fisico, in particolare, è oggi considerato in modo analogo alla “terapia non farmacologica”: aiuta il cervello a mantenere plasticità e resilienza, migliorando anche i sintomi nelle persone già diagnosticate.

Quali sono i principali miglioramenti nella cura e nella gestione della malattia che sono stati fatti negli ultimi anni?

Negli ultimi anni abbiamo assistito a progressi significativi. Le terapie farmacologiche sono diventate più personalizzate e abbiamo a disposizione strategie avanzate, come infusioni continue di farmaci o la stimolazione cerebrale profonda, che consentono di controllare meglio i sintomi nelle fasi più avanzate. La recente autorizzazione delle autorità regolatorie giapponesi all’uso clinico di cellule staminali ingegnerizzate per il trattamento della malattia documenta i grandi progressi della ricerca. Un altro grande passo avanti riguarda la presa in carico multidisciplinare: oggi sappiamo che fisioterapia, logopedia, supporto psicologico e nutrizione sono parte integrante della terapia. Non si tratta solo di vivere più a lungo, ma di vivere meglio.

Qual è e quale sarà il peso dell’invecchiamento della popolazione sulla diffusione di questa patologia?

Il Parkinson è fortemente legato all’età e, con l’aumento dell’aspettativa di vita, i casi sono destinati a crescere in modo significativo. Alcuni studi parlano già di una vera e propria “pandemia silenziosa”. Questo significa che i sistemi sanitari dovranno prepararsi a gestire un numero sempre maggiore di pazienti, sviluppando reti assistenziali efficienti e sostenibili. La sfida non è solo medica, ma anche sociale ed economica.

La sua ricerca si è concentrata sulle basi genetiche e molecolari delle patologie neurodegenerative e sull’uso delle neuroimmagini per migliorare diagnosi e terapia. Ci può illustrare i principali risultati raggiunti?

Uno dei risultati più importanti è stato contribuire a dimostrare che il Parkinson inizia molti anni prima della diagnosi clinica. Le tecniche di neuroimaging avanzato ci permettono oggi di osservare cambiamenti cerebrali precoci e di distinguere meglio tra diverse forme di parkinsonismo, rendendo la diagnosi più precisa. Parallelamente, gli studi genetici e molecolari hanno aperto la strada alla medicina di precisione: l’idea è identificare sottogruppi di pazienti con caratteristiche biologiche specifiche per offrire terapie mirate che possono agire sui meccanismi molecolari. È un cambiamento di paradigma: stiamo passando da un approccio “uguale per tutti” a una medicina sempre più personalizzata.

Angelo Antonini è Professore Ordinario di Neurologia presso il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Padova e Direttore dell’Unità Operativa di Malattie Neurodegenerative presso la Clinica Neurologica dell’Azienda Ospedale-Università di Padova. È inoltre Responsabile del Centro Malattie Neurologiche Rare (ERN-RND). È Direttore della Scuola di Specializzazione in Neurologia presso l’Università di Padova.

Italia record, la speranza di vita sale a 83,4 anni

È quanto emerge dal nuovo report Istat su salute e stili di vita nel nostro Paese, che si conferma tra i più longevi al mondo nonostante l’aumento delle cronicità. Il nodo degli stili di vita

Con una speranza di vita alla nascita di 83,4 anni,l’Italia è uno dei Paesi più longevi in assoluto. Non solo: con questo dato il nostro Paese tocca un nuovo record storico, dopo la leggera flessione avvenuta durante e dopo il Covid.

È quanto emerge dal report dell’Istat “La salute: una conquista da difendere”. Un’analisi in cui si ripercorre l’evoluzione storica della longevità tricolore e da cui emerge che tra il 1990 e il 2024 la speranza di vita alla nascita è cresciuta di circa 8 anni per gli uomini e di 6,5 per le donne, arrivando a 81,5 e 85,6 anni rispettivamente. L’età media alla morte nel 2023 è pari a 81,6 anni per i maschi e 86,3 anni per le femmine, con una importante variabilità territoriale: da meno di 82 anni in Campania a oltre 86 nelle Marche, con uno svantaggio di tutte le regioni più popolose del Mezzogiorno.

tasso di mortalità infantile in Italia nel periodo 1863-2023età mediana alla morte per regione italiana nel 2023

Quali sono i principali fattori che hanno determinato questo trend? Innanzitutto il drastico calo della mortalità entro il primo anno di vita, che nel 2023 si è attestata a 2,7 su mille nati vivi, uno tra i valori più bassi al mondo, mentre nell’Ottocento era di 230 su mille.

I progressi nella riduzione della mortalità infantile e nell’aumento della speranza di vita sono il risultato di un processo al quale hanno contribuito il miglioramento dell’alimentazione e dell’igiene, i progressi della medicina e la diffusione dei vaccini.

Dopo il 1978, con l’istituzione di un sistema sanitario universalistico nell’accesso alle cure, questi progressi si sono via via consolidati. Col miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie la mortalità per malattie infettive, preponderante nei decenni post-unitari, ha rapidamente iniziato a ridursi e dagli anni Novanta rappresenta circa l’1% della mortalità totale.

Nel 2020 la pandemia da Covid-19 ha fatto risalire la mortalità per malattie infettive al 12,4% dei decessi, scesa poi al 5,0% nel 2023. La mortalità per le malattie respiratorie e dell’apparato digerente si è anch’essa ridotta in maniera formidabile dalla fine dell’800 a oggi: da 500-600 a 60-70 decessi ogni 100 mila abitanti le prime, e da circa 400 a 40 le seconde. La diminuzione dei decessi per queste cause ha contribuito a far scendere la mortalità generale fino a circa mille decessi ogni 100mila abitanti all’inizio degli anni Cinquanta, un livello rimasto sostanzialmente stabile fino a oggi, nonostante l’invecchiamento della popolazione.

Il report dell’Istat si occupa anche della percezione che la popolazione ha delle proprie condizioni di salute, parte essenziale della qualità della vita e, insieme, indicativa dei rischi di natura sanitaria. Negli ultimi 30 anni la quota di persone che si dichiara in cattiva salute è diminuita dall’8% nel 1995 al 5,5% nel 2025, e si è più che dimezzata (dal 9,8 al 4,5%) in termini standardizzati, correggendo cioè per l’effetto dell’invecchiamento.

Altri indicatori, infine, mostrano nel tempo una tendenza che riflette le dinamiche sociodemografiche e i cambiamenti negli stili di vita. Negli ultimi decenni, con i guadagni di longevità, è aumentata la diffusione di patologie cronico-degenerative, tipiche dell’età anziana, anche se non sempre come prevalenze sulla popolazione.

Nel 1980, invece, fumava oltre la metà degli uomini di 14 anni e più (54,3%); nel 2025 la quota si è più che dimezzata (22,9%), con una flessione in tutte le fasce di età e i livelli socio-economici.

Tra le donne, la quota di fumatrici, già molto più bassa rispetto ai coetanei (16,7%) è diminuita solo leggermente (15,9%).

In Italia, invece come nella maggior parte dei Paesi avanzati, la diffusione dell’obesità nella popolazione adulta è cresciuta sensibilmente: dal 5,9% nel 1990 all’11,6% del 2025, con una differenza a svantaggio degli uomini e per le persone meno istruite e residenti nel Mezzogiorno.

La parola al Presidente [Welfare 24 – Anno 13, N.4]

Il Parkinson va verso il raddoppio dei casi nel 2050. Le prospettive descritte dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e la giornata mondiale dedicata a sensibilizzare l’opinione pubblica globale (caduta lo scorso 11 aprile) ci hanno spinto ad approfondire su Welfare 24 questa patologia, che – come ci ricorda in un’intervista il Professor Angelo Antonini, esperto di alto livello, – è una sfida medica, sociale ed economica.

Ci occupiamo poi di un altro tema, molto importante e positivo per l’Italia:la speranza di vita media arrivata a 83,4 anni. Emerge dal nuovo report dell’Istat su salute e stili di vita dell’Italia, che così si conferma tra i più longevi al mondo nonostante l’aumento delle cronicità.

Resta il nodo degli stili di vita: tra questi quello relativo al consumo di alcolici, con il recente allarme lanciato dall’Osservatorio Nazionale Alcol sui giovanissimi.

Infine, la Giornata mondiale della Salute, celebrata a livello globale lo scorso 7 aprile lanciando l’approccio One Health: l’obiettivo è promuovere un cambio di paradigma globale basato sulla consapevolezza che il benessere umano, animale e ambientale siano indissolubilmente legati tra loro.

Salute orale, le linee guida del Ministero della Salute

La salute del cavo orale non è solo una questione estetica, ma un componente essenziale del benessere generale.

In Italia, il Ministero della Salute ha tracciato direttive chiare attraverso le “Linee guida nazionali per la promozione della salute orale”, con l’obiettivo di ridurre l’incidenza di carie e parodontopatie, patologie che colpiscono trasversalmente la popolazione, dall’età evolutiva a quella geriatrica.

Il principio cardine di queste raccomandazioni è la prevenzione primaria, articolata su tre fronti: igiene, alimentazione e monitoraggio clinico.

Il primo pilastro è l’igiene orale quotidiana. Le linee guida ministeriali prescrivono di spazzolare i denti almeno due volte al giorno. L’uso dello spazzolino deve essere integrato dall’impiego quotidiano di strumenti interdentali, come il filo o lo scovolino, fondamentali per rimuovere il biofilm batterico dove le setole non arrivano.

Per bambine e bambini, la prevenzione deve iniziare precocemente: il Ministero raccomanda la pulizia delle gengive con una garza umida già prima dell’eruzione dei denti decidui, per poi passare all’uso del dentifricio fluorato non appena compaiono i primi elementi.

La fluoroprofilassi occupa un ruolo centrale. Il fluoro è considerato lo strumento più efficace per il controllo della carie, poiché favorisce la remineralizzazione dello smalto. Le dosi variano in base all’età: dai 6 mesi ai 6 anni il Ministero suggerisce l’uso di dentifrici con concentrazioni di fluoro specifiche (almeno 1000 ppm), mentre l’integrazione per via sistemica (gocce o pastiglie) è oggi riservata ai casi di oggettiva difficoltà nell’uso dei topici o su indicazione specialistica.

Un altro aspetto cruciale riguarda gli stili di vita. Le linee guida pongono l’accento sulla correlazione tra dieta e salute dentale, raccomandando di limitare l’assunzione di zuccheri liberi fuori dai pasti principali per evitare cali prolungati del pH orale. Parallelamente, viene ribadito il ruolo protettivo delle sigillature dei solchi dei molari permanenti nei bambini e nelle bambine, una procedura clinica rapida e indolore che riduce drasticamente il rischio di carie occlusale.

linee guida prevenzione carie OMSInfine, viene sottolineata l’importanza dei controlli periodici. Una visita odontoiatrica annuale e regolari sedute di igiene professionale permettono di intercettare precocemente non solo le carie, ma anche lesioni precancerose o segni di malattie sistemiche che si manifestano nel cavo orale.

In particolare, grande attenzione viene rivolta alla gravidanza: mantenere la salute gengivale durante la gestazione è infatti fondamentale per prevenire complicanze sia per la madre sia per il neonato.

Un Fiocchetto Lilla contro i disturbi alimentari

Parte il primo monitoraggio nazionale ISS per mappare le patologie della nutrizione. L’obiettivo è garantire diagnosi precoci e colmare i divari regionali nell’accesso alle cure

In occasione della Giornata del Fiocchetto Lilla dello scorso 15 marzo, l’Italia compie un passo decisivo nel contrasto ai disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DNA). Parte, infatti, la fase operativa del progetto di monitoraggio epidemiologico nazionale, promosso dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss) con il supporto del Ministero della Salute.

L’iniziativa nasce per colmare una storica carenza di dati certi sulla prevalenza di queste patologie, finora basata solo su trend che indicano un aumento di casi e criticità nell’accesso alle cure.

Il cuore del progetto è la piattaforma nazionale dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), che integrerà i dati delle strutture pubbliche e private accreditate con i flussi informativi regionali. Saranno analizzati ricoveri, prestazioni territoriali, accessi al Pronto Soccorso e tassi di mortalità, con il coinvolgimento attivo di Regioni come Emilia-Romagna, Marche e Puglia.

Come sottolineato dal Presidente dell’Iss, Rocco Bellantone, l’obiettivo è fornire una dimensione concreta al problema per definire una mappa reale dei bisogni.

Secondo la referente per l’ISS Maria Luisa Scattoni, il monitoraggio permanente permetterà di intercettare precocemente i disturbi e programmare politiche sanitarie mirate. L’analisi dei dati servirà a correggere le falle nei percorsi assistenziali, garantendo una presa in carico multidisciplinare e continuativa sia per pazienti in età evolutiva che per persone adulte.

OGM e sicurezza alimentare, Italia promossa anche nel 2024

Il Piano del Ministero della Salute registra l’assenza di irregolarità su 767 campioni: la presenza di Ogm autorizzati resta minima, garantendo trasparenza e sicurezza al consumatore

Il sistema di controllo ufficiale sugli Organismi Geneticamente Modificati (OGM) in Italia si conferma un dispositivo di vigilanza consolidato, fondato sulla collaborazione tra il Ministero della Salute, il Centro di referenza nazionale (CROGM) e l’Istituto Superiore di Sanità (ISS).

Dal 2006, il Piano Nazionale di controllo opera per coordinare le attività delle Autorità sanitarie regionali e provinciali, in conformità con i regolamenti europei 1829/2003, 1830/2003 e il più recente regolamento UE 625/2017. L’obiettivo primario rimane la verifica del rispetto dei requisiti di etichettatura e la sicurezza alimentare nel settore dei prodotti geneticamente modificati.

I dati relativi all’attività svolta nel 2024 – come si legge nella Relazione specifica – delineano un quadro di sostanziale stabilità rispetto agli anni precedenti, confermando la piena efficacia delle procedure di verifica lungo l’intera filiera. Su un totale di 640 campioni prelevati e analizzati sul territorio nazionale, la percentuale di campioni positivi alla presenza di OGM è stata infatti del 4,7%. Un dato di particolare rilievo tecnico è l’assenza totale di campioni non conformi: questo significa che, nei casi in cui è stata rilevata la presenza di OGM, questa rientrava nei limiti di tolleranza o rispettava gli obblighi di dichiarazione previsti dalla normativa vigente.

Parallelamente ai controlli territoriali, un ruolo tecnico di primo piano è svolto dai Posti di Controllo Frontaliero (PCF), che rappresentano il primo presidio sanitario per le merci provenienti da Paesi terzi. Nel corso dell’anno, i PCF hanno effettuato 127 campionamenti, i quali hanno dato esito regolare in ogni singola istanza. Tale evidenza sottolinea l’accuratezza nelle procedure di importazione e la corretta applicazione dei protocolli di controllo alla nazionalizzazione dei prodotti.

Il supporto analitico è garantito da una rete di laboratori pubblici che, sotto il coordinamento del Laboratorio nazionale di riferimento presso l’IZS del Lazio e della Toscana, ha processato complessivamente 767 campioni. La sinergia tra l’attività dei laboratori e la vigilanza degli operatori del settore alimentare – i quali monitorano le fasi che vanno dall’approvvigionamento delle materie prime alla commercializzazione del prodotto finito – assicura la piena tracciabilità dei flussi.

In conclusione, le rilevazioni del 2024 confermano che sul mercato alimentare italiano la presenza di OGM autorizzati rimane estremamente contenuta e a concentrazioni minime. Il rispetto rigoroso degli obblighi di etichettatura garantisce la trasparenza informativa dovuta al consumatore, consolidando un modello di gestione del rischio basato su evidenze scientifiche e controlli capillari.

Endometriosi, conoscerla per gestirla con efficacia

In Italia 3 milioni di donne soffrono di questa patologia. La comunità scientifica punta su diagnosi non invasive, cure personalizzate e attenzione specifica per le adolescenti. Il ruolo della prevenzione

Marzo è il mese mondiale dedicato alla consapevolezza dell’endometriosi, una patologia cronica diffusa, ma troppo spesso sottodiagnosticata. In Italia, si stima che colpisca circa 3 milioni di donne, con una prevalenza tra il 10% e il 15% della popolazione femminile in età fertile.

A livello globale, l’Oms indica che circa 190 milioni di donne convivono con questa condizione: il 10% della popolazione femminile mondiale. Questi dati rappresentano probabilmente solo una parte del fenomeno a causa di un ritardo diagnostico che, in Europa, si attesta tra i 7 e i 10 anni: un intervallo in cui la malattia può progredire, compromettendo seriamente la qualità della vita e la fertilità.

L’endometriosi è caratterizzata dalla presenza di tessuto simile all’endometrio al di fuori della cavità uterina. Questo tessuto reagisce agli stimoli ormonali del ciclo mestruale: si ispessisce, si sfalda e sanguina. Non potendo fuoriuscire dal corpo, causa infiammazioni croniche, aderenze e dolore pelvico acuto.

Per migliorare la gestione della patologia, la European Society of Human Reproduction and Embryology (ESHRE) ha aggiornato le linee guida, pubblicate su Human Reproduction Open, introducendo punti chiave che ridefiniscono l’approccio clinico.

Per decenni, la laparoscopia è stata il “gold standard” diagnostico; oggi gli esperti suggeriscono un cambio di paradigma riservandola ai casi in cui le tecniche di imaging – come ecografia e risonanza magnetica – risultino negative ma i sintomi persistano, o qualora i trattamenti farmacologici non diano benefici.

Un esito negativo agli esami di imaging non esclude a priori la malattia, specialmente nelle forme iniziali. Allo stato attuale, non esistono biomarcatori ematici validi per una diagnosi certa, rendendo l’occhio del clinico ancora lo strumento più prezioso.

Sebbene il picco di diagnosi avvenga tra i 25 e i 35 anni, la malattia può manifestarsi già nelle giovanissime, subito dopo il primo ciclo mestruale. Nelle adolescenti, sintomi come dolore pelvico, nausea, disturbi urinari o intestinali e una familiarità sono campanelli d’allarme.

Spesso il dolore mestruale viene normalizzato, portando a trascurare segnali di una patologia organica. Intervenire tempestivamente è cruciale non solo per gestire il dolore, ma anche per prevenire danni permanenti e preservare la fertilità.

La prevenzione primaria resta complessa poiché le cause esatte sono ancora oggetto di studio. Una forte predisposizione genetica è certa: il rischio è significativamente più alto se si hanno parenti di primo grado affette. Nonostante ciò, si raccomanda di limitare i test genetici alla ricerca pura. Sulla prevenzione secondaria, la comunità scientifica consiglia stili di vita corretti e dieta antinfiammatoria che, pur non rappresentando una cura definitiva, aiutano a modulare la risposta dell’organismo alla malattia.

È necessario, infine, dissipare i timori eccessivi sul legame endometriosi-tumori. Esiste un lieve aumento del rischio relativo per alcune neoplasie, ma i valori assoluti rimangono contenuti. Ad esempio, il rischio di tumore all’ovaio passa dall’1,3% della popolazione generale al 2,5% nelle donne con endometriosi; dati simili si riscontrano per tiroide e seno. La raccomandazione è di garantire una corretta informazione e seguire i normali protocolli di prevenzione oncologica, con valutazioni personalizzate caso per caso.

Infine la cura. L’endometriosi non è una malattia fotocopia: il trattamento va adattato alla paziente, bilanciando efficacia e desideri riproduttivi. Le terapie ormonali (progestinici, contraccettivi combinati o agonisti del GnRH) sono la prima linea per controllare il dolore. Nelle donne resistenti ai farmaci, la chirurgia mininvasiva resta un’opzione fondamentale, mirata alla rimozione delle lesioni e al ripristino dell’anatomia pelvica.

In sintesi, la sfida si gioca sulla multidisciplinarità per restituire dignità e qualità di vita a milioni di donne.