Cancro, a 5 anni dalla diagnosi sopravvive il 70%

Il dato, elaborato dall’American Cancer Society, è in netto aumento rispetto al 1971, quando si fermava al 50%. Tre i fattori chiave: meno fumo, più screening e nuove cure sempre più efficaci.

Il tasso di sopravvivenza dei malati di cancro a cinque anni dalla diagnosi tocca il 70%: un record e, soprattutto, un progresso straordinario rispetto al 1971 quando solo metà dei pazienti e delle pazienti oncologiche superava questa barriera temporale. Queste statistiche, decisamente confortanti, arrivano dall’ultimo rapporto dell’American Cancer Society, che sottolinea come questo trend sia merito innanzitutto della riduzione del consumo di tabacco: negli Anni Sessanta, circa la metà delle persone a cui veniva diagnosticato un cancro erano fumatori o ex, ma da allora la percentuale di tabagisti e tabagiste negli Usa è scesa dal 44% all’11 per cento.

L’altro fattore cruciale, secondo gli esperti e le esperte dell’American Cancer Society, è la diagnosi precoce. Qualche esempio? Lo screening con mammografia per il cancro al seno, Pap test e ora HPV-DNA test per la cervice uterina, test per la ricerca del sangue occulto nelle feci per il colon-retto, Tac spirale per il polmone e Psa per la prostata. Scoprire una neoplasia in stadio iniziale, infatti, è un fattore determinante sia per accrescere le speranze di guarigione, sia per ricevere trattamenti meno invasivi.

Terzo e ultimo fattore a giocare a favore della sopravvivenza dei malati di cancro è l’arrivo di nuove terapie, che rappresentano un supporto importante anche per i pazienti e le pazienti metastatiche.

Le statistiche americane evidenziano maggiori progressi in alcuni tipi di cancro:

  • seno, colon e prostata, ad esempio, dove sono cresciute molto le diagnosi precoci e sono arrivate numerose nuove terapie efficaci;
  • polmone, dove il tasso di sopravvivenza globale per la malattia metastatica è quintuplicato (passando dal 2% al 10%) grazie all’introduzione di nuovi farmaci;
  • infine un tumore del sangue, il mieloma multiplo, per il quale la sopravvivenza è passata dal 32% negli anni ‘90 al 62% attuale.

Illustrazione medica 3D di cellule tumorali al microscopio con un mirino grafico incentrato sulla cellula principale.

I progressi realizzati in America sono equiparabili a quelli italiani? Assolutamente sì. Anzi, nel nostro Paese la sopravvivenza è migliore che nel resto d’Europa e si registra un calo costante dei decessi per cancro, con un calo accertato del 9% negli ultimi 10 anni.

Come negli Usa, i meriti delle vite salvate vanno distribuiti fra le campagne di prevenzione, gli screening per la diagnosi precoce e l’arrivo di nuove cure, come la cosiddetta target therapy e immunoterapia. Ovviamente, anche per l’Italia le percentuali variano a seconda del tipo di cancro. Ad esempio, la sopravvivenza per il tumore al seno supera spesso l’85-90% a cinque anni, mentre per tumori più aggressivi, come quello al polmone, la sopravvivenza è decisamente inferiore (pur essendo in netto aumento). La buona notizia è che una porzione significativa di pazienti, circa il 27% (con variazioni tra maschi e femmine), raggiunge un’aspettativa di vita paragonabile a quella della popolazione generale dopo la diagnosi, arrivando a definire il tumore come una malattia cronica o curabile.

Salute, il 42% delle persone cerca sul web con l’AI

Come primo strumento di informazione online resiste Google con il 73%, ma tra i giovani l’intelligenza artificiale ha già realizzato il sorpasso e viene usata anche per verificare l’operato dei medici.

Il 94% degli italiani cerca informazioni mediche online. Il 43% usa già ChatGPT e l’AI generativa per la salute. Il 14% modifica le terapie senza consultare il medico.

Sono questi i dati che emergono da “Salute Artificiale”, la prima ricerca in Italia a misurare scientificamente come l’Intelligenza Artificiale stia trasformando il rapporto degli italiani e delle italiane con la salute e con il personale medico.

Lo studio è stato realizzato dagli istituti Sociometrica e FieldCare su incarico di Fondazione Italia in Salute e Fondazione Pensiero Solido e dimostra dunque una trasformazione già in atto, profonda e per molti versi inattesa.

Premessa: cercare online informazioni sulla salute è cosa piuttosto frequente, se non la norma. Tuttavia, sono i numeri a impressionare: il 94,2% della popolazione si documenta su sintomi, malattie e terapie attraverso internet e AI. Di questi, oltre la metà (53,3%) lo fa con frequenza regolare. Il numero davvero “rivoluzionario” è però quello che riguarda l’AI generativa: il 42,8% degli italiani e delle italiane la usa per informarsi sulla propria salute, facendola così diventare il secondo strumento dopo Google (73,5%).

Differenze importanti emergono tra le varie generazioni. Nei giovani e nelle giovani tra 18 e 34 anni l’AI ha già superato Google: 72,9% contro il 57,4%. Tra gli over 54, i rapporti di forza si invertono: Google stravince con il 93,1% mentre l’Intelligenza Artificiale arriva al 26,1%.

Così la visita medica non è più un momento isolato. L’85,7% degli italiani e delle italiane consultano internet o l’AI prima o dopo l’appuntamento con il medico. Il 63,9% ha utilizzato informazioni trovate online per verificare la diagnosi o la terapia suggerita dal medico.

Tumori e Alzheimer: incroci e possibili cure

Potrebbe essere la risposta al perché tumori e Alzheimer raramente convivono nella stessa persona, la proteina ora individuata grazie a uno studio durato 15 anni e condotto su topi: chiamata Cistatina C, è una molecola prodotta dalle cellule tumorali e ha permesso di degradare le placche amiloidi che si formano nel cervello, che sono una firma caratteristica della malattia neurodegenerativa. Ad affermarlo uno studio dell’Università di Scienza e Tecnologia di Huazhong, in Cina, pubblicato sulla rivista Cell, che potrebbe guidare lo sviluppo di nuovi farmaci capaci di attivare lo stesso meccanismo.

La ricerca effettuata ha trapiantato tre diverse tipologie di tumore umano, del polmone, della prostata e del colon, in topi affetti da Alzheimer, osservando che gli animali non sviluppavano le placche dovute ad aggregati di proteine mal ripiegate. Lo studio ha cercato una spiegazione tra le proteine prodotte dai tumori e capaci di attraversare la barriera emato-encefalica, quella che impedisce alle molecole indesiderate di raggiungere il cervello.

Dopo circa sei anni di analisi, l’unica candidata rimasta era la Cistatina C. Ulteriori esperimenti hanno chiarito che la Cistatina C si lega alle molecole che compongono le placche cerebrali caratteristiche dell’Alzheimer. Questa interazione attiva un’altra proteina, chiamata Trem2, presente su alcune cellule immunitarie che pattugliano il cervello, che quindi riescono a individuare e degradare le placche.

Si tratta di una scoperta preziosa, perché da tempo i ricercatori sono alla ricerca di molecole in grado di attivare Trem2 da utilizzare come terapia contro l’Alzheimer, ma finora senza successo.

Orticaria da freddo: cause, sintomi e possibili cure

Questa malattia colpisce circa sei persone ogni 10mila, è quasi due volte più frequente nelle donne e compare spesso intorno ai vent’anni, anche se può manifestarsi a qualsiasi età.

L’orticaria da freddo è una condizione in cui il contatto con aria, acqua o oggetti freddi scatena una risposta anomala del sistema immunitario, con comparsa di pomfi, gonfiore, dolore e, nei casi più gravi, un’anafilassi potenzialmente letale. Questa malattia colpisce circa sei persone ogni 10mila, è quasi due volte più frequente nelle donne e compare spesso intorno ai vent’anni, anche se può manifestarsi a qualsiasi età. Per fortuna, la prognosi non è sempre negativa: tra il 24% e il 50% dei pazienti e delle pazienti migliora nel tempo, fino a una possibile remissione completa. Ma il percorso è imprevedibile e, nel frattempo, la convivenza con la malattia può essere complessa e rischiosa.

A parte alcune rarissime cause genetiche, il motivo per cui alcune persone sviluppano l’orticaria da freddo primaria resta sconosciuto.

L’unica certezza è il coinvolgimento dei mastociti: sono cellule «sentinella» del sistema immunitario, molto presenti nella pelle. Quando i mastociti vengono attivati, rilasciano una sostanza chimica chiamata istamina. Si può pensare all’istamina come a un allarme che richiama altre cellule immunitarie nella zona interessata. Inoltre, fa sì che i vasi sanguigni si dilatino e diventino più «permeabili», causando il tipico gonfiore, arrossamento e prurito. Di norma questa risposta è utile ma nel caso dell’orticaria da freddo è un falso allarme perché l’organismo mette in atto una risposta immunitaria completa senza che ci sia nulla da combattere.

Il trattamento di base è rappresentato dagli antistaminici, assunti prima dell’esposizione al freddo. Ma la scelta del farmaco va personalizzata e la terapia deve essere continuativa. Uno degli errori più comuni è sospendere il trattamento non appena i sintomi si attenuano: così facendo si allungano i tempi di guarigione.

“La prevenzione primaria è la sfida più importante”

“La prevenzione primaria è la sfida più importante nella lotta contro il cancro ed è vitale per investire sulla salute complessiva della nostra società, garantendo la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale. Fino al 40% dei tumori sarebbe prevenibile se la popolazione adottasse stili di vita salutari”.

A parlare è il Professor Massimo Di Maio, Presidente dell’Aiom, Associazione italiana di oncologia medica.

Professor Di Maio, il 4 febbraio è stata celebrata la giornata mondiale contro il cancro. Qual è il suo significato?

Il motto a livello globale è “United by unique”: esaltiamo l’unicità di ciascun paziente, ma sottolineando che non si è soli nel percorso oncologico. Noi, come Aiom, abbiamo deciso di declinarlo enfatizzando il concetto di collaborazione per una gestione ottimale dei pazienti. Per la cura sono importanti gli aspetti di supporto e di gestione multidisciplinare, così come la ricerca deve essere agevolata in quanto parte integrante della cura: insomma, non siamo soli come specialisti ma è uno sforzo collettivo, da declinare in una discussione collegiale dei casi.

A cinque anni dalla diagnosi è vivo il 70% delle pazienti e dei pazienti, negli anni ‘70 era il 50%. A cosa dobbiamo questo miglioramento? Proseguirà in futuro?

La statistica ci conforta, nel tempo la prognosi e l’aspettativa di vita migliorano e i dati italiani sono mediamente favorevoli rispetto ad altri paesi europei grazie all’universalità della sanità pubblica.

C’è un progresso, ma ci vuole sempre equilibrio e rispetto per i malati che affrontano un percorso di malattia sfavorevole, non diamo messaggi troppo trionfalistici, ogni anno 180mila persone in Italia muoiono di tumore.

Se è vero che per alcuni tipi di cancro abbiamo sviluppi indiscutibili, per altri non vale lo stesso, per esempio il tumore del pancreas, e servono più innovazione e ricerca. Gli sviluppi positivi sono legati alla diagnostica e agli screening efficaci, che ci aiutano nelle diagnosi precoci, oltre che a terapie indiscutibilmente migliori.

Tuttavia si può progredire ancora e dobbiamo crederci. La fase diagnostica oggi mediamente ha una maggiore complessità, che va garantita in maniera ottimale.

Al tempo stesso va assicurata la tempestività e l’adeguatezza delle cure in modo uniforme sul territorio italiano: serve un’innovazione equa. Non è facile, ma è una sfida che mi piace identificare con la vetta di una montagna da raggiungere.

Qual è il valore della prevenzione primaria e quale quello degli screening periodici per abbassare l’incidenza e la mortalità dei tumori?

La prevenzione primaria è la sfida più importante e Aiom sposa completamente questa filosofia: è vitale per investire sulla salute complessiva della società, garantendo la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale. Fino al 40% dei tumori sarebbe prevenibile se la popolazione adottasse stili di vita salutari, partendo da una dieta equilibrata e dal non fumare. Gli screening sono una preziosa opportunità per aumentare le chance di guarigione di chi si ammala.

Nella diffusione dei tumori vede differenze tra l’Italia e gli altri Paesi europei, anche per le singole tipologie di cancro?

A volte l’Italia ha valori in linea all’Europa, a volte un po’ migliori. Per esempio oggi nel mondo stanno aumentando i tumori in età giovanile, in particolare gastrointestinali. Questo deve essere un campanello d’allarme “costruttivo”, enfatizzando l’importanza degli stili di vita e della prevenzione: su queste cose meglio giocare d’anticipo.

Massimo Di Maio è Presidente Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) e Professore ordinario di Oncologia Medica presso il Dipartimento di Oncologia dell’Università degli Studi di Torino. Dal 2023 è Direttore della SC Oncologia Medica 1 presso l’Ospedale Molinette (AOU Città della Salute e della Scienza di Torino). Le sue principali aree di interesse sono la metodologia degli studi clinici in oncologia, i patient-reported outcomes nella ricerca clinica e nella pratica clinica.

“In oncologia c’è stata una rivoluzione. Sulla cura del cancro grandi prospettive”

Il Professor De Braud: “Abbiamo imparato a conoscere i tumori; gli screening sono cruciali”

“Abbiamo enormi prospettive di miglioramento sulla cura del cancro, possiamo contare su più opzioni terapeutiche e tra le persone sta aumentando la consapevolezza sul valore degli screening”.

È un messaggio di ottimismo quello lanciato dal Professor Filippo De Braud, Direttore del Dipartimento Oncologia Medica ed Ematologia dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.

Professore, il 4 febbraio è stata celebrata la giornata mondiale contro il cancro. Qual è il suo significato?

Siamo in un momento particolare, negli ultimi 10 anni in oncologia c’è stata una vera rivoluzione grazie all’aumento delle opzioni terapeutiche. Quest’anno abbiamo voluto dare un segnale sul fronte dell’evoluzione farmaceutica e della visione strategica in un’ottica di multidisciplinarietà. Un percorso gestito da tutti gli attori, in cui la guarigione è possibile anche nella malattia avanzata e/o metastatica grazie a nuove cure, per esempio l’immunoterapia che ha portato un 15-20% di pazienti lungo sopravviventi con cancro al polmone e melanoma. Senza dimenticare la target therapy, che permette una cura con bersagli molecolari e remissioni del cancro che rimangono tali per parecchi anni.

A cinque anni dalla diagnosi è vivo il 70% dei pazienti, negli anni ‘70 era il 50%. A cosa dobbiamo questo miglioramento? Proseguirà in futuro, anche grazie all’uso dell’intelligenza artificiale?

Ci sono enormi prospettive di miglioramento. Abbiamo imparato a conoscere meglio le malattie perché le classifichiamo anche in relazione alle loro caratteristiche molecolari e riusciamo anche a capire meglio tanti meccanismi di resistenza alle terapie. L’AI ci aiuterà a vedere meglio quello che non vediamo, analizzando questa nuova moltitudine di informazioni dalla biologia ma anche dalle nuove tecniche di imaging. Sarà un grande passo in avanti, anche se una macchina rimane una macchina, seppur senza i pregiudizi degli umani.

Qual è il valore della prevenzione primaria e quale quello degli screening periodici per abbassare l’incidenza e la mortalità dei tumori?

Lo screening è cruciale. Se abbiamo ottenuto risultati così interessanti che hanno cambiato strategia e prognosi di pazienti con malattie metastatiche, le stesse cure portate in una fase precoce possono aumentare le probabilità di guarigione. Allo stesso tempo, sempre lo screening avrà un impatto importante sulla salute pubblica e sull’aspetto sociale della cura. Il nostro obiettivo è abbassare i costi della sanità pubblica e migliorare i risultati delle cure e ciò si ottiene portando cure innovative in fase precoce dove saranno utilizzate per periodi brevi e con obbiettivo guarigione; sia educando le persone a fare i test giusti e ad avere stili di vita corretti per ridurre il rischio e incidenza dei tumori. Chi fa attività fisica con regolarità ha anche, mediamente, prognosi e successi terapeutici migliori. Evitare il fumo e seguire una dieta equilibrata sono elementi ugualmente importanti perché ciò porta a ridurre, tra l’altro, anche l’incidenza di altre malattie.

Quali sono gli aspetti a darci maggiori speranze nella cura del cancro e quali invece ci inducono a essere più pessimisti?

Le grandi speranze sono soprattutto nella consapevolezza della gente: sta migliorando la cultura e non si mette la testa sotto la sabbia, si fanno i controlli giusti al momento giusto. Un aspetto negativo è l’inquinamento dell’ambiente, in particolare nelle grandi città, che è rilevante e può incidere negativamente sull’incidenza di alcuni tumori.

Vede tipologie di cancro che stanno diventando più frequenti di altre negli ultimi anni?

Ci aspettavamo una riduzione di alcuni tipi di tumore, come mesotelioma o polmone, ma non li abbiamo ancora notati, il case mix non è ancora cambiato molto. Sul tumore del fegato vale lo stesso ragionamento. Notiamo invece un aumento dei tumori del colon nelle persone sotto i 50 anni.

Filippo de Braud è Professore Ordinario presso l’Università degli Studi di Milano e Direttore del Dipartimento Oncologia Medica ed Ematologia dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, dove esercita l’attività clinica e di ricerca in campo oncologico. È consulente scientifico e membro di Comitati nazionali e internazionali, tra i quali la Commissione Unica del Farmaco del Ministero della Salute e la Commissione Tecnico Scientifica per la valutazione dei medicinali dell’Aifa.

La parola al Presidente [Welfare 24 – Anno 13, N.2]

Ottimismo ma anche consapevolezza che c’è ancora strada da fare, lavorando soprattutto sulla prevenzione primaria.

Lo scorso 4 febbraio si è tenuta la Giornata Mondiale contro il cancro e su Welfare 24 abbiamo deciso di dedicare ampio spazio a questo argomento, intervistando due figure di primissimo piano del settore, i Professori Filippo De Braud e Massimo Di Maio.

Dai due esperti, rispettivamente Direttore del Dipartimento Oncologia Medica ed Ematologia dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e Presidente dell’Aiom, è emerso un quadro approfondito e completo. Con un dato su tutti: rispetto agli anni Settanta, la sopravvivenza a cinque anni delle persone malate di cancro è passata dal 50% al 70%.

Un progresso avvenuto grazie agli screening precoci e all’evoluzione dei farmaci, che potrà proseguire in futuro anche grazie alle potenzialità dell’intelligenza artificiale.

Spazio anche ad altri due temi interessanti. Da una parte proprio l’utilizzo sempre più frequente dell’AI per i quesiti medici su Internet; dall’altra parte il problema dell’orticaria da freddo: come riconoscerla e come curarla.

Il vademecum dell’Iss per un 2026 in salute

Dall’Istituto Superiore di Sanità arrivano dieci raccomandazioni per iniziare l’anno con abitudini all’insegna del benessere.

Dieci consigli per vivere meglio il nuovo anno, abbandonando vecchie abitudini poco sane e abbracciandone di nuove, all’insegna della salute e del benessere, nostro e di tutta la comunità. Arrivano dai ricercatori e dalle ricercatrici dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), che ha pubblicato il documento dettagliato sul proprio sito.

Il vademecum per vivere in salute inizia dal cibo. Mangiare con consapevolezza significa prestare attenzione non solo a cosa mettiamo in tavola, ma anche a come e perché lo facciamo. Le evidenze scientifiche mostrano infatti che consumare i pasti lentamente e con attenzione migliora la regolazione dell’appetito, mentre mangiare di fretta o in modo distratto porta più facilmente ad assumere calorie oltre il necessario.

Non poteva mancare il riferimento alla buona prassi di controllare la data di scadenza di un farmaco prima della sua assunzione, così come all’interazione con gli animali da compagnia (“in grado di influenzare positivamente la nostra vita”) e alla donazione di sangue, ovvero “un gesto dall’alto valore solidaristico”.

Altri due consigli chiave sono legati all’utilizzo dei dispositivi elettronici con “un’ora in meno al giorno sui dispositivi” poiché l’uso eccessivo degli stessi sappiamo che può “favorire comportamenti problematici e ridurre la capacità di concentrazione”, e – per contro – al leggere più libri, abitudine che “allena la mente, riduce lo stress, rafforza la memoria e migliora la concentrazione”.

Un elemento spesso sottovalutato è inoltre quello dell’aria di casa, che va mantenuta pulita: spesso, infatti, è più inquinata di quella esterna. “Se proprio non riusciamo a smettere, non fumiamo all’interno e non eccediamo con candele, diffusori, incensi e olii essenziali”, è il consiglio dell’Iss.

Infine, le ultime tre raccomandazioni. Ovvero, aderire alle campagne di screening ma anche “camminare e pedalare di più”. Andare a piedi o in bicicletta negli spostamenti quotidiani è un modo efficace per fare esercizio fisico e aiuta a stare meglio, si spiega. Inoltre, fa bene alla salute perché riduce il rischio cardiovascolare e l’insorgenza del diabete e fa bene anche alle altre persone, perché riduce le emissioni di gas inquinanti e l’inquinamento acustico. Ultimo “comandamento”: attenzione alle fake news sulla salute. La cosiddetta “infodemia”, cioè il proliferare di notizie false o errate, è molto pericolosa. Nel dubbio, domandiamoci se i fatti e i numeri descritti sono accurati e soprattutto quali sono le fonti.vademecum Iss per un 2026 in salute

Una App per smettere di fumare: test incoraggianti

La Capital Medical University di Pechino: chi ne usa una ha il triplo di possibilità di astenersi dal fumo per almeno sei mesi rispetto a chi decide di smettere senza nessun aiuto. L’efficacia aumenta con i farmaci.

Le app per smartphone appositamente progettate possono essere un valido aiuto per smettere di fumare, specie se si basano su terapie cognitivo-comportamentali e sono abbinate alle terapie farmacologiche.

È quanto emerge da uno studio condotto dai ricercatori e dalle ricercatrici della Capital Medical University di Pechino pubblicato sulla rivista internazionale di review medica BMJ Evidence-Based Medicine.

In altre parole – si sostiene – che le app per smartphone siano diventate strumenti digitali di spicco per smettere di fumare, grazie alle loro interfacce interattive, al design multifunzionale e ai sistemi versatili di distribuzione dei contenuti.

smettere di fumareAd oggi, esistono app di diverso tipo, ma in genere forniscono un percorso di cessazione dal fumo con funzioni che possono includere materiali didattici, monitoraggio dei progressi, supporto motivazionale tramite messaggi automatici e componenti interattivi, spesso con un livello di personalizzazione su misura per l’utente.

Il paper realizzato ha passato in rassegna congiuntamente 31 studi, che avevano coinvolto complessivamente oltre 12 mila persone, e ha confermato l’efficacia delle app. In particolare, è emerso che chi ne usa una ha il triplo di possibilità di astenersi dal fumo per almeno sei mesi rispetto a chi decide di smettere senza nessun aiuto.

L’efficacia aumenta quando vengono abbinate ai farmaci: in tal caso, le probabilità di successo dall’uso combinato di app e medicinali sono del 77% più alte rispetto ai soli medicinali. Inoltre, sottolinea lo studio, in linea generale le app che hanno dimostrato maggiore efficacia sono quelle basate su terapie cognitivo-comportamentali.

Insomma, risultati molto promettenti, anche se la cautela è d’obbligo, vista soprattutto l’estrema variabilità tra le diverse applicazioni testate.

Welfare aziendale sempre più forte: tutte le novità della Legge di Bilancio

Potenziate le misure su buoni pasto e premi di risultato. Confermati i fringe benefit

Fringe benefit, buoni pasto, detassazione dei premi di risultato e previdenza complementare. La Legge di Bilancio 2026 ha segnato un ulteriore punto di svolta per il welfare aziendale in Italia, consolidando strumenti precedentemente sperimentati e introducendo nuove misure strutturali volte a mitigare l’inflazione, sostenere il reddito reale di lavoratrici e lavoratori e a rafforzare il legame tra azienda e personale in un’ottica di benefici reciproci.

Tra le principali misure, spicca quella sui buoni pasto elettronici, la cui soglia di esenzione, fiscale e contributiva, giornaliera sale da 8 a 10 euro, mentre rimane invariata a 4 euro per i buoni cartacei. Ciò conferma la volontà del legislatore da una parte di incentivare il formato digitale e dall’altra, soprattutto, di dare un segnale chiaro su come riconosca il buono pasto come uno strumento di welfare quotidiano, capace di incidere concretamente sul benessere reale delle persone, soprattutto in un contesto di lavoro sempre più flessibile e ibrido. Lato azienda, ciò permette di sostenere il potere d’acquisto del proprio personale senza impatti sul costo del lavoro.

Un altro punto chiave dell’ultima Manovra in termini di welfare aziendale è rappresentato dalla conferma dell’impianto dei fringe benefit (che possono comprendere, tra gli altri, voucher spesa, carburante ma anche rimborsi per le utenze domestiche): fino al 2027 restano, infatti, in vigore le soglie di esenzione già previste, ovvero massimo 1.000 euro annui per tutte le lavoratrici e i lavoratori e massimo 2.000 euro annui per chi ha figlie e figli fiscalmente a carico. Una stabilità normativa che mette le imprese nella condizione di utilizzare i fringe benefit sempre più come leva strategica, costruendo soluzioni personalizzate in grado di rispondere a bisogni sempre più diversificati dei dipendenti e delle dipendenti e favorendo il loro engagement.

Il focus si allarga alla previdenza complementare

Terzo elemento cruciale della Legge di Bilancio riguarda la detassazione dei premi di risultato, che viene rafforzata prevedendo per gli anni 2026 e 2027 un’ulteriore riduzione dell’aliquota dell’imposta sostitutiva sulle somme erogate sotto forma di premi di risultato o di partecipazione agli utili d’impresa, che passa dal 5% all’1%. Al contempo viene innalzato il limite di reddito agevolato che sale da 3.000 a 5.000 euro. La misura, va ricordato, si applica a lavoratrici e lavoratori dipendenti del settore privato che nell’anno precedente hanno percepito un reddito non superiore a 80.000 euro.

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Infine, sono rilevanti le novità in materia di previdenza complementare.

Per le nuove assunte e i nuovi assunti nel settore privato, dal 1° luglio 2026, scatterà il meccanismo del silenzio-assenso: il TFR, il contributo aziendale e quello della lavoratrice o del lavoratore saranno destinati automaticamente al Fondo Pensione Negoziale previsto dal CCNL di riferimento.

Si tratta di un’adesione a tutti gli effetti, resa pienamente operativa, dalla quale la lavoratrice o il lavoratore può comunque recedere entro 60 giorni dall’assunzione.

Per incentivare il risparmio previdenziale, la Legge di Bilancio 2026 ha innalzato a 5.300 euro il tetto di deducibilità fiscale; tale soglia si applica a tutti i contributi versati (datoriali, minimi mensili e volontari una tantum), con l’unica esclusione del TFR. La logica è chiara: consolidare il welfare aziendale come strumento cruciale di sicurezza e pianificazione del futuro.

In conclusione, la Legge di Bilancio 2026 conferma la centralità del welfare aziendale, rafforzandone alcuni presidi e introducendo di nuovi. In questo modo il ruolo delle imprese continua ad evolvere, perché si consente loro di costruire ecosistemi di well-being capaci di rispondere a bisogni reali, quotidiani e di lungo periodo.