La parola al Presidente [Welfare 24 – Anno 13, N.2]

Ottimismo ma anche consapevolezza che c’è ancora strada da fare, lavorando soprattutto sulla prevenzione primaria.

Lo scorso 4 febbraio si è tenuta la Giornata Mondiale contro il cancro e su Welfare 24 abbiamo deciso di dedicare ampio spazio a questo argomento, intervistando due figure di primissimo piano del settore, i Professori Filippo De Braud e Massimo Di Maio.

Dai due esperti, rispettivamente Direttore del Dipartimento Oncologia Medica ed Ematologia dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e Presidente dell’Aiom, è emerso un quadro approfondito e completo. Con un dato su tutti: rispetto agli anni Settanta, la sopravvivenza a cinque anni delle persone malate di cancro è passata dal 50% al 70%.

Un progresso avvenuto grazie agli screening precoci e all’evoluzione dei farmaci, che potrà proseguire in futuro anche grazie alle potenzialità dell’intelligenza artificiale.

Spazio anche ad altri due temi interessanti. Da una parte proprio l’utilizzo sempre più frequente dell’AI per i quesiti medici su Internet; dall’altra parte il problema dell’orticaria da freddo: come riconoscerla e come curarla.

Il vademecum dell’Iss per un 2026 in salute

Dall’Istituto Superiore di Sanità arrivano dieci raccomandazioni per iniziare l’anno con abitudini all’insegna del benessere.

Dieci consigli per vivere meglio il nuovo anno, abbandonando vecchie abitudini poco sane e abbracciandone di nuove, all’insegna della salute e del benessere, nostro e di tutta la comunità. Arrivano dai ricercatori e dalle ricercatrici dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), che ha pubblicato il documento dettagliato sul proprio sito.

Il vademecum per vivere in salute inizia dal cibo. Mangiare con consapevolezza significa prestare attenzione non solo a cosa mettiamo in tavola, ma anche a come e perché lo facciamo. Le evidenze scientifiche mostrano infatti che consumare i pasti lentamente e con attenzione migliora la regolazione dell’appetito, mentre mangiare di fretta o in modo distratto porta più facilmente ad assumere calorie oltre il necessario.

Non poteva mancare il riferimento alla buona prassi di controllare la data di scadenza di un farmaco prima della sua assunzione, così come all’interazione con gli animali da compagnia (“in grado di influenzare positivamente la nostra vita”) e alla donazione di sangue, ovvero “un gesto dall’alto valore solidaristico”.

Altri due consigli chiave sono legati all’utilizzo dei dispositivi elettronici con “un’ora in meno al giorno sui dispositivi” poiché l’uso eccessivo degli stessi sappiamo che può “favorire comportamenti problematici e ridurre la capacità di concentrazione”, e – per contro – al leggere più libri, abitudine che “allena la mente, riduce lo stress, rafforza la memoria e migliora la concentrazione”.

Un elemento spesso sottovalutato è inoltre quello dell’aria di casa, che va mantenuta pulita: spesso, infatti, è più inquinata di quella esterna. “Se proprio non riusciamo a smettere, non fumiamo all’interno e non eccediamo con candele, diffusori, incensi e olii essenziali”, è il consiglio dell’Iss.

Infine, le ultime tre raccomandazioni. Ovvero, aderire alle campagne di screening ma anche “camminare e pedalare di più”. Andare a piedi o in bicicletta negli spostamenti quotidiani è un modo efficace per fare esercizio fisico e aiuta a stare meglio, si spiega. Inoltre, fa bene alla salute perché riduce il rischio cardiovascolare e l’insorgenza del diabete e fa bene anche alle altre persone, perché riduce le emissioni di gas inquinanti e l’inquinamento acustico. Ultimo “comandamento”: attenzione alle fake news sulla salute. La cosiddetta “infodemia”, cioè il proliferare di notizie false o errate, è molto pericolosa. Nel dubbio, domandiamoci se i fatti e i numeri descritti sono accurati e soprattutto quali sono le fonti.vademecum Iss per un 2026 in salute

Una App per smettere di fumare: test incoraggianti

La Capital Medical University di Pechino: chi ne usa una ha il triplo di possibilità di astenersi dal fumo per almeno sei mesi rispetto a chi decide di smettere senza nessun aiuto. L’efficacia aumenta con i farmaci.

Le app per smartphone appositamente progettate possono essere un valido aiuto per smettere di fumare, specie se si basano su terapie cognitivo-comportamentali e sono abbinate alle terapie farmacologiche.

È quanto emerge da uno studio condotto dai ricercatori e dalle ricercatrici della Capital Medical University di Pechino pubblicato sulla rivista internazionale di review medica BMJ Evidence-Based Medicine.

In altre parole – si sostiene – che le app per smartphone siano diventate strumenti digitali di spicco per smettere di fumare, grazie alle loro interfacce interattive, al design multifunzionale e ai sistemi versatili di distribuzione dei contenuti.

smettere di fumareAd oggi, esistono app di diverso tipo, ma in genere forniscono un percorso di cessazione dal fumo con funzioni che possono includere materiali didattici, monitoraggio dei progressi, supporto motivazionale tramite messaggi automatici e componenti interattivi, spesso con un livello di personalizzazione su misura per l’utente.

Il paper realizzato ha passato in rassegna congiuntamente 31 studi, che avevano coinvolto complessivamente oltre 12 mila persone, e ha confermato l’efficacia delle app. In particolare, è emerso che chi ne usa una ha il triplo di possibilità di astenersi dal fumo per almeno sei mesi rispetto a chi decide di smettere senza nessun aiuto.

L’efficacia aumenta quando vengono abbinate ai farmaci: in tal caso, le probabilità di successo dall’uso combinato di app e medicinali sono del 77% più alte rispetto ai soli medicinali. Inoltre, sottolinea lo studio, in linea generale le app che hanno dimostrato maggiore efficacia sono quelle basate su terapie cognitivo-comportamentali.

Insomma, risultati molto promettenti, anche se la cautela è d’obbligo, vista soprattutto l’estrema variabilità tra le diverse applicazioni testate.

Welfare aziendale sempre più forte: tutte le novità della Legge di Bilancio

Potenziate le misure su buoni pasto e premi di risultato. Confermati i fringe benefit

Fringe benefit, buoni pasto, detassazione dei premi di risultato e previdenza complementare. La Legge di Bilancio 2026 ha segnato un ulteriore punto di svolta per il welfare aziendale in Italia, consolidando strumenti precedentemente sperimentati e introducendo nuove misure strutturali volte a mitigare l’inflazione, sostenere il reddito reale di lavoratrici e lavoratori e a rafforzare il legame tra azienda e personale in un’ottica di benefici reciproci.

Tra le principali misure, spicca quella sui buoni pasto elettronici, la cui soglia di esenzione, fiscale e contributiva, giornaliera sale da 8 a 10 euro, mentre rimane invariata a 4 euro per i buoni cartacei. Ciò conferma la volontà del legislatore da una parte di incentivare il formato digitale e dall’altra, soprattutto, di dare un segnale chiaro su come riconosca il buono pasto come uno strumento di welfare quotidiano, capace di incidere concretamente sul benessere reale delle persone, soprattutto in un contesto di lavoro sempre più flessibile e ibrido. Lato azienda, ciò permette di sostenere il potere d’acquisto del proprio personale senza impatti sul costo del lavoro.

Un altro punto chiave dell’ultima Manovra in termini di welfare aziendale è rappresentato dalla conferma dell’impianto dei fringe benefit (che possono comprendere, tra gli altri, voucher spesa, carburante ma anche rimborsi per le utenze domestiche): fino al 2027 restano, infatti, in vigore le soglie di esenzione già previste, ovvero massimo 1.000 euro annui per tutte le lavoratrici e i lavoratori e massimo 2.000 euro annui per chi ha figlie e figli fiscalmente a carico. Una stabilità normativa che mette le imprese nella condizione di utilizzare i fringe benefit sempre più come leva strategica, costruendo soluzioni personalizzate in grado di rispondere a bisogni sempre più diversificati dei dipendenti e delle dipendenti e favorendo il loro engagement.

Il focus si allarga alla previdenza complementare

Terzo elemento cruciale della Legge di Bilancio riguarda la detassazione dei premi di risultato, che viene rafforzata prevedendo per gli anni 2026 e 2027 un’ulteriore riduzione dell’aliquota dell’imposta sostitutiva sulle somme erogate sotto forma di premi di risultato o di partecipazione agli utili d’impresa, che passa dal 5% all’1%. Al contempo viene innalzato il limite di reddito agevolato che sale da 3.000 a 5.000 euro. La misura, va ricordato, si applica a lavoratrici e lavoratori dipendenti del settore privato che nell’anno precedente hanno percepito un reddito non superiore a 80.000 euro.

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Infine, sono rilevanti le novità in materia di previdenza complementare.

Per le nuove assunte e i nuovi assunti nel settore privato, dal 1° luglio 2026, scatterà il meccanismo del silenzio-assenso: il TFR, il contributo aziendale e quello della lavoratrice o del lavoratore saranno destinati automaticamente al Fondo Pensione Negoziale previsto dal CCNL di riferimento.

Si tratta di un’adesione a tutti gli effetti, resa pienamente operativa, dalla quale la lavoratrice o il lavoratore può comunque recedere entro 60 giorni dall’assunzione.

Per incentivare il risparmio previdenziale, la Legge di Bilancio 2026 ha innalzato a 5.300 euro il tetto di deducibilità fiscale; tale soglia si applica a tutti i contributi versati (datoriali, minimi mensili e volontari una tantum), con l’unica esclusione del TFR. La logica è chiara: consolidare il welfare aziendale come strumento cruciale di sicurezza e pianificazione del futuro.

In conclusione, la Legge di Bilancio 2026 conferma la centralità del welfare aziendale, rafforzandone alcuni presidi e introducendo di nuovi. In questo modo il ruolo delle imprese continua ad evolvere, perché si consente loro di costruire ecosistemi di well-being capaci di rispondere a bisogni reali, quotidiani e di lungo periodo.

Tumore al collo dell’utero, cruciale la prevenzione

Gennaio è il mese internazionale per sensibilizzare la popolazione su questa patologia, che colpisce maggiormente le donne tra 55 e 65 anni, e sull’importanza di screening e vaccino.

Gennaio è il mese della prevenzione del tumore del collo dell’utero (cervice uterina), focalizzato sulla sensibilizzazione riguardo al vaccino HPV e allo screening per la diagnosi precoce. Questa neoplasia, causata quasi esclusivamente dal virus HPV e molto comune tra le donne giovani – colpisce maggiormente quelle tra 55 e 65 anni ma non sono rari i casi in età inferiore – è prevenibile e curabile. La sua incidenza (e mortalità) è stata abbattuta da una parte, appunto, grazie al vaccino (efficace e gratuito) e dall’altra parte con l’introduzione del Pap test che consente di identificare alterazioni cellulari in epoca precoce, prima della loro evoluzione in carcinoma invasivo.

Questa patologia è spesso asintomatica, soprattutto nelle fasi iniziali. Segnale tipico è il sanguinamento vaginale che, in fase avanzata, può essere accompagnato da dolore pelvico spontaneo e/o durante rapporti sessuali. La comparsa di secrezioni vaginali anomale può essere un’altra manifestazione della neoplasia. Nella maggior parte dei casi, come detto, questo tumore viene diagnosticato comunque in assenza di sintomatologia, grazie all’utilizzo di validati strumenti di screening, che proprio per questo diventano ancora più importanti.

È stato dimostrato che il tumore del collo dell’utero nel 95% circa dei casi ha come causa l’infezione da Papillomavirus e che circa l’80% delle donne contrae l’infezione nel corso della propria vita.

Nella maggior parte dei casi il virus viene facilmente eliminato dall’organismo, quindi l’infezione è temporanea e tende a regredire spontaneamente in uno o due anni, senza causare lesioni uterine (cosiddette precancerose). Nella piccola percentuale di donne in cui l’infezione diventa persistente, soltanto una parte sviluppa le lesioni che precedono il cancro invasivo.

Spese di prevenzione scomputate dal Patto di Stabilità

L’idea lanciata dal Ministro della Salute, Orazio Schillaci, parlando all’Healthcare Summit del Sole 24 Ore. L’obiettivo è liberare nuove risorse a favore della sanità pubblica.

Scomputare le spese dedicate alla prevenzione, come vaccini o screening contro i tumori, dal calcolo del deficit ai fini del Patto di Stabilità Ue, come accade per le spese della difesa. È questa l’idea lanciata dal Ministro della Salute, Orazio Schillaci, dal palco dell’Healthcare Summit del Sole 24 Ore, evento tenutosi nelle scorse settimane.

“Ci stiamo lavorando insieme al ministero dell’Economia, ci sono interlocuzioni con il Ministro Giancarlo Giorgetti perché siamo certi che riuscire a svincolare la prevenzione dalle spese che concorrono al deficit sia fondamentale per avere poi più risorse da liberare per il Servizio sanitario nazionale”.

Un impegno che il Ministro Schillaci ha deciso di portare fino ai tavoli europei, che sono evidentemente la sede deputata per autorizzare un meccanismo di questo genere.

“La prevenzione è il miglior investimento e non una spesa: ogni euro investito ne produce tre. Per questo abbiamo dato un segnale chiaro anche nell’ultima legge di bilancio dove abbiamo ampliato l’età degli screening oncologici”, ha sottolineato Schillaci.

La visione è chiara: la prevenzione è considerata come strumento per garantire la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale, in un’ottica di invecchiamento della popolazione, mirando ad avere meno malati in futuro. Al tempo stesso, come già osservato dal Ministro Schillaci in passato, il cambio di paradigma deve tradursi anche in un’evoluzione virtuosa degli stili di vita di italiane e italiani.

La parola al Presidente [Welfare 24 – Anno 13, N.1]

Un welfare aziendale più forte, in Italia, per rinsaldare il legame tra l’impresa, le dipendenti e i dipendenti, con vantaggi reciproci.

La recente Legge di Bilancio ha introdotto novità importanti su fringe benefit, buoni pasto, detassazione dei premi di risultato e previdenza complementare, consolidando alcune misure e introducendone di nuove.

Ce ne occupiamo approfonditamente su Welfare 24, la newsletter che realizziamo in collaborazione con Il Sole 24 Ore, che affronta anche altri temi interessanti, come la proposta del Ministro della Salute, Orazio Schillaci, di scomputare dal calcolo del Patto di Stabilità europeo gli investimenti in prevenzione.

Tra gli altri argomenti esaminati ci sono anche i consigli forniti dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) per vivere un nuovo anno in salute: quasi tutti, mi fa piacere osservarlo, risultano in sintonia con l’attività di informazione e divulgazione che Assidai svolge sui corretti stili di vita.

Infine, spazio alla prevenzione del cancro al collo dell’utero (tra vaccinazione e Pap Test), e ad alcune app che – secondo le prime evidenze empiriche – dimostrano efficacia per smettere di fumare.

Approfondimento neurologico sulle paresi facciali

La paresi o paralisi facciale periferica è la più comune forma di mononeuropatia acuta e rappresenta la causa più comune di paralisi acuta del nervo facciale.

Definita anche paralisi di Bell, dal nome dell’anatomista scozzese Charles Bell, che per primo la descrisse, si caratterizza per un’insorgenza rapida di paralisi parziale o completa a carico del VII nervo cranico (destro o sinistro).

Si ritiene che tale condizione sia legata talvolta a un processo infiammatorio acuto locale che porterebbe a tumefazione e compromissione del nervo con conseguente disfunzione dello stesso.

Uno degli agenti principalmente implicati in questo processo flogistico è l’Herpes Simplex.

Esistono, tuttavia, altri tre tipi di cause classificabili in base al decorso del nervo in:

  • intracraniche (in caso di meningiti, fratture della base cranica ecc.);
  • intratemporali (in caso di otiti, carcinomi dell’orecchio medio ecc.);
  • extracraniche (in caso di ferite facciali, traumi, parotiti e la più comune da freddo).

I segni caratteristici della patologia sono rappresentati da una paralisi parziale o completa dei muscoli mimici dell’intero emivolto coinvolto.

Il 75% dei pazienti affetti da paralisi di Bell guarisce spontaneamente; tuttavia, ricerche recenti hanno dimostrato che la terapia con farmaci steroidei e un antivirale (aciclovir) probabilmente è efficace per migliorare la funzionalità facciale insieme all’utilizzo di vitamine del gruppo B, che hanno un’azione neuroprotettiva.

Rallentare l’Alzheimer grazie a 5mila passi al giorno

L’ipotesi nasce da uno studio realizzato in Usa e pubblicato su Nature Medicine: con il movimento frena il declino cognitivo e si accumulano meno proteine Tau nel cervello.

Camminare come possibile antidoto contro il morbo di Alzheimer. Secondo una ricerca pubblicata su Nature Medicine e condotta da un team della Harvard Medical School e del Massachusetts General Hospital di Boston, anche una modesta attività fisica – ossia 5.000 passi al giorno – è associata a un rallentamento del declino cognitivo e a una minore accumulazione di proteine tau nel cervello, uno dei principali marcatori della malattia.

In particolare, come riportato dal Sole 24 Ore, lo studio è durato fino a 14 anni e ha coinvolto 296 persone tra i 50 e i 90 anni, tutte con depositi cerebrali di amiloide e tau, ma senza sintomi di demenza all’inizio. Chi ha partecipato indossava contapassi per monitorare l’attività quotidiana e si sottoponeva regolarmente a scansioni Pet cerebrali e a test cognitivi annuali.

I principali risultati?

Chi camminava tra 3.000 e 5.000 passi al giorno registrava un rallentamento del declino cognitivo di circa tre anni, mentre chi ne percorreva tra 5.000 e 7.500 beneficiava di un ritardo medio di sette anni. Oltre tale soglia, tuttavia, i benefici si stabilizzavano.

Inoltre, un altro esito chiave è rappresentato dal fatto che l’attività fisica non era associata a una riduzione dei livelli di beta-amiloide, ma a un accumulo più lento di proteina tau, strettamente legata alla perdita di memoria e alla morte neuronale.

Secondo le ricercatrici e i ricercatori, inoltre, anche livelli moderati di attività, equivalenti a 30-60 minuti di camminata quotidiana, potrebbero offrire benefici tangibili, specialmente nelle persone anziane sedentarie.

Insomma, anche se camminare non è una cura, i dati suggeriscono che piccoli cambiamenti nello stile di vita – più movimento, dieta equilibrata, niente fumo, poco alcol (la cosiddetta prevenzione primaria) – possono davvero fare la differenza nella salute cerebrale.

Trapianti, Italia ancora da record nel 2024

Siamo secondi tra i grandi Paesi europei, dietro soltanto alla Spagna, grazie anche a un aumento di donatrici e donatori: battute Francia, Regno Unito e Germania Buoni dati anche nel 2025

L’Italia al top nella donazione e nel trapianto di organi, campo in cui si posiziona tra le eccellenze mondiali. A confermarlo sono due documenti chiave: l’ultima Newsletter Transplant del Consiglio d’Europa e il Report annuale 2024 del Centro Nazionale Trapianti (CNT). Da essi si desume infatti che lo scorso è stato un altro anno da record per la rete italiana, con un aumento di donatrici e donatori di trapianti e una crescita delle pratiche più complesse, come la donazione a cuore fermo.

Più nel dettaglio, guardando all’Europa, l’Italia sale sul podio. Con 29,5 donatrici e donatori utilizzati per ogni milione di abitanti, è infatti seconda tra i grandi Paesi europei, dietro la Spagna (48) ma davanti a Francia (28,3), Regno Unito (19,2) e Germania (10,9). Allargando la classifica a tutto il Vecchio Continente, il nostro Paese si colloca invece al sesto posto, preceduto solo da Portogallo (33,5), Repubblica Ceca (32), Belgio (31,7) e Croazia (29,8).

Anche guardando i numeri assoluti, il 2024 è stato un anno di inconfutabile eccellenza: 4.642 trapianti realizzati, con un incremento del 3,9% rispetto all’anno precedente. Di questi, 179 in urgenza nazionale e 191 pediatrici (79 di fegato, 76 di rene, 32 di cuore, quattro di polmone). Donatrici e donatori segnalati nelle rianimazioni sono stati 3.165 (+2,3%), mentre quelli effettivamente utilizzati arrivano a 1.730 (+3,6%), con un’età media di 62,6 anni.

Tra i 221 ospedali coinvolti nella rete nazionale, spiccano: Città della Salute e della Scienza di Torino con 440 trapianti; Ospedale di Padova con 413; Ismett di Palermo a quota 276. Padova guida la classifica per trapianti di rene (217) e polmone (41), Torino è prima per fegato (179), mentre il Policlinico di Bari si conferma il primo centro italiano per trapianti di cuore (73). Per il pancreas, infine, il primato va al San Raffaele di Milano (14).

“I dati del report europeo e quelli pubblicati dal Centro Nazionale Trapianti testimoniano l’impegno costante della Rete nazionale e il valore di una collaborazione che coinvolge istituzioni, professionisti sanitari, volontari e cittadini – ha sottolineato il Direttore Generale del CNT Giuseppe Feltrin – Tra gli elementi qualificanti del nostro sistema, che anche stando ai numeri preliminari del 2025 cresce nella capacità di risposta, c’è certamente l’allargamento del pool di donatrici e donatori, sia grazie a un lavoro estremamente efficace della task force nazionale di valutazione del rischio, che supporta i professionisti nelle rianimazioni, sia grazie alla crescita sempre più decisa della donazione a cuore fermo”.

Quest’ultima è una nicchia che sta guadagnando sempre più spazio ed è meritevole di nota. Si tratta della donazione a cuore fermo, cresciuta nel 2024 del 34,6%, con 284 prelievi (il 16,4% del totale delle donazioni). È l’incremento più alto d’Europa, a eccezione della Spagna. Un risultato reso possibile anche dalla normativa italiana, che impone 20 minuti di osservazione per la dichiarazione del decesso con criteri cardiaci, contro i 5–10 minuti adottati mediamente all’estero. Una tutela maggiore per chi dona e un segno di grande attenzione etica. Fino a pochi anni fa questa pratica era considerata pionieristica; oggi, secondo il Centro Nazionale Trapianti, i risultati clinici dei trapianti da donazione a cuore fermo sono sovrapponibili a quelli da donatrice o donatore in morte cerebrale.

I numeri:

  • 4.642 trapianti realizzati nel 2024
  • +3,9%rispetto all’anno precedente
  • 3.165 donatori segnalati nelle rianimazioni (+2,3%)
  • 29,5 donatori utilizzati per ogni milione di abitanti